giallo


In questi giorni sto scrivendo un nuovo romanzo col mio protagonista preferito: il commissario Luigi Martino.

Veramente avevo deciso che le indagini del mio commissario si fermassero al quinto romanzo, quello ancora inedito: La danzatrice di Ragusa.
Mi era venuto molto bene e volevo che le vicende del mio eroe si chiudessero in bellezza, senza l’agonia che caratterizza tante serie poliziesche nella loro fine.
Ma poi mi è venuta a trovare una nuova idea e questa idea è diventata una scaletta sempre più particolareggiata e così tre mesi fa ho cominciato a scrivere questa nuova avventura che spero di finire prima dell’estate.
Ve ne propongo una parte (il capitolo O e parte del capitolo 1), quella che viene dopo un prologo di cinque pagine in cui si narra di un delitto.
Come al solito questo frammento che leggerete subirà col tempo le mutazioni che mi sono familiari. Questa stesura non è certo definitiva.
Ho pensato di farvela leggere in anteprima su LetterMagazine come avevo già fatto per altri miei romanzi. Magari potrete aiutarmi a migliorare.
Il titolo del mio nuovo romanzo è COL TEMPO SAI.
L’ho preso dal primo verso della traduzione italiana della canzone di Léo Ferré Avec le temps.

 

 

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Penso che sia insensato cercare di fissare l’essenza della vecchiaia con una sola definizione precisa. Naturalmente questo vale anche per la giovinezza.
Penso invece che sia possibile provare a cercarla questa essenza con tante semplici definizioni che nella loro semplicità formano un mosaico straordinariamente complesso.
Già è più facile dire che cosa la vecchiaia non è più. La vecchiaia non è né entusiasmo, né furore. Ma per molti, purtroppo per loro, neanche la vita è stata entusiasmo e furore.
Ma non è della vita che voglio parlare, ma dell’età che, pur essendo ancora possibile fortunatamente definire come vita, potrebbe anche essere chiamata fine della vita.
Questa fine della vita arriva in un momento preciso, il momento in cui ti accorgi che praticamente non passa giorno senza che tu pensi alla morte, pensi che presto dovrai morire.

Non occorre avere una malattia mortale per dover fare tutti i giorni i conti con questo pensiero. Ci pensi perché è naturale pensarci e magari ti stupisci e ti rallegri del fatto che prima questa idea della morte non fosse così presente nei tuoi pensieri.
Te ne stupisci perché la morte è una cosa enormemente importante, solo la vita è più importante della morte, te ne rallegri perché una vita intera o la maggior parte di essa pensando alla morte sarebbe terribile. C’è un tempo anche per la paura.
In questo momento, in questo mio oggi, in questo istante della mia finis vitae è presente in me uno dei tanti pensieri che compongono il mosaico, il pensiero che mi dice che la vecchiaia è ordine.
Ma naturalmente non ordine come necessità che ogni cosa sia al suo posto. Si può essere disordinati anche a 90 anni, dopo aver lasciato la propria roba… e anche quella degli altri… in giro per la casa per tutta una vita. No, chiaramente ordine nel senso della necessità di fare i conti, di tirare le somme di quella che è stata la propria esistenza. Ripensandola e tornando indietro nelle proprie antiche stanze.
Non è facile, ci sono tante foto di 40 anni fa che da decenni non trovo il coraggio di guardare. Non è facile, ma è necessario fare ordine prima di andarsene.
Così oggi ritrovando sullo scaffale più alto della libreria, dietro i libri di fantascienza il manoscritto… mi piace manoscritto anche se i fogli che ho davanti vengono da una stampante laser… della mia ultima indagine, un’indagine di più di 10 anni fa che parte da un delitto commesso 18 anni fa (non ricordo come mai allora ho sentito la necessità di scriverne, non l’avevo mai fatto prima), ho capito che quel manoscritto dovevo rileggermelo.
Per fare ordine nella mia vita passata aspettando la mia finis vitae.

 

1

 

Sono un funzionario di polizia in pensione. O forse, più esattamente, sono un pensionato ex funzionario di polizia. Il mio nome è Luigi Martino.
Sono andato in pensione cinque anni fa. Se avessi voluto avrei potuto ancora restare per diversi anni nella polizia e ottenere una promozione, ma ho preferito andarmene. Ero in pieno accordo con i miei uomini, ma lo stesso non si poteva dire dei miei rapporti con quelli che stavano sopra di me.
Il mio lavoro di poliziotto… di sbirro non mi manca e non mi pento di quello che ho deciso cinque anni fa. Tante incazzature in meno con i questori e soprattutto tanti cadaveri in meno da vedere.
Confesso di essermi un po’ annoiato nei primi anni – ho pure un paio di baffi nuovi noiosi, cioè dovuti alla noia di quel tempo… dovevo fare qualcosa di nuovo… ma ora sono affezionato ai miei baffi – poi un mio zio a cui volevo bene, e questo bene era evidentemente ricambiato, morendo mi ha lasciato parecchi soldi e ho aperto… come si dice… un’attività commerciale.
In realtà ho sempre saputo di non essere molto portato per le attività commerciali, ma questa era una cosa piccola e assecondava una mia passione.
No, non ho aperto una agenzia di investigazione, ho aperto un negozio che vende i dischi in vinile nuovi, sono ritornati di moda, e in cui tratto pure pezzi d’epoca abbastanza rari. Così assecondo la mia passione per la musica.
La musica per me è sempre stata importante e ha riempito le mie giornate dalla mattina appena sveglio alla notte prima di coricarmi.
Questa attività non mi rende molto, anzi da qualche mese le perdite superano di poco i guadagni, ma non mi importa, me lo posso permettere.
Nel mio negozio lavora Tommaso un ragazzo di trent’anni, che mi è stato raccomandato da un mio amico giudice, il giudice Marullo. Tommaso ha avuto problemi con la legge, prima di lavorare con me faceva l’hacker. È anche lui un appassionato di musica e per quanto ne so io, e spero di non sbagliarmi, non fa più l’hacker.
Lo spero perché non vorrei che avesse altri guai con la legge, per il resto non mi importa, so che non lo faceva certo per truffare dei soldi ma per un gusto di trasgressione.
Andiamo abbastanza d’accordo ed è in questo momento della mia vita la persona a me più vicina dal momento che vivo solo.
Quella di vivere solo non è stata una scelta… non l’avevo deciso… anch’io ho avuto le mie storie, semplicemente è capitato che non durassero. Non credo sia un problema, sono abituato a vivere da solo. E non escludo che questo mio stato di quasi sessantenne che vive da solo possa un giorno mutare… ho letto L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez e mi è piaciuto molto…
No, il mio ex lavoro di poliziotto non mi manca… o almeno così avevo deciso che fosse… quando quel lunedì 29 settembre… seduto in quel caffè io non pensavo a te. Guardavo il mondo che girava intorno a me… no, quel lunedì 29 settembre, tante storie cominciano di lunedì, non ero seduto in un caffè, anche se alle nove di sera mi ritrovai in un bar – o vogliamo chiamarlo caffè? comunque in piedi al bancone non seduto – ad aspettare il mio amico Masino Bellinvia, un giornalista, che mi aveva telefonato nel pomeriggio dicendo che mi voleva parlare e mi aveva invitato prima a bere qualcosa, poi a cena.
Masino arrivò con il suo solito ritardo, ma io lo aspettai lo stesso prima di cominciare a bere. Subito dopo di lui arrivarono per noi due Montgomery ben ghiacciati (Martini molto secchi con uno spruzzo di angostura). Poi altri due che durarono di più.
Fu durante la cena che Masino sferrò il suo attacco.
“Ti manca il tuo lavoro di poliziotto?”
“Assolutamente no.”
“Sei sicuro?”
“Masino, non fare lo stronzo, che cosa è successo?”
“Ci sono sviluppi per un caso di otto anni fa… quel caso… l’assassinio di tua cugina Silvana Martino.”
La morte della mia cuginetta… così io chiamavo Silvana, era ancora a distanza di otto anni un grande buco nero nella mia vita di uomo e anche del poliziotto che ero stato. Un buco nero in fondo al dramma… come cantava Jannacci in Io e te. Oppure era un buco nero in fondo al tram? Da Jannacci c’era da aspettarsi tutto.
Quando mi avevano levato il caso con la scusa che ero un parente, per me era stata una grande incazzatura, grande incazzatura che aveva avuto il suo peso nella mia decisione di lasciare la polizia appena maturata l’età per la pensione. Le indagini erano state affidate a un poliziotto incapace che naturalmente non era arrivato indagando da nessuna parte.
“Hanno preso l’assassino?”
“Purtroppo no, la novità è che l’assassino di tua cugina ha colpito ancora.”
“Chi ha ucciso e dove?”
“Qui in città, un’altra donna, Luisa De Francisci. Dieci giorni fa.”
“Ho letto la notizia, ma non c’era niente che facesse pensare…”
“I particolari del delitto non sono stati dati alla stampa, come del resto non lo furono per il caso di tua cugina, il che esclude un imitatore, ma tu sai che io…” investigatore
Quando facevo il poliziotto non avevo mai ritenuto giusto favorire Masino dandogli notizie inedite nonostante fosse un amico, anzi proprio perché era una amico… ero un poliziotto con la sua etica personale, ma del resto Masino non ne aveva bisogno. Aveva una sua talpa nella polizia, non so proprio chi, talpa che sicuramente Masino pagava bene, così Masino sapeva sempre tutto anche se non pubblicava tutto quello che sapeva, probabilmente per non bruciare il suo uomo.
Sapere tutto mi aiuta ad avere un quadro completo dell’insieme quando mi decido a scriverci sopra… così mi aveva detto una volta che i Montgomery erano stati tanti, ammettendo il suo contatto, ma non abbastanza ubriaco da farmi il nome.
“Il cadavere di quella povera donna è stato ritrovato composto come quello di tua cugina. Anche questa volta si tratta di una donna sposata e il marito ha un alibi e non sa niente di un eventuale amante.”
“Testimoni?”
“Stavolta no, la donna abitava in una villetta isolata. Ma anche stavolta l’omicidio è avvenuto nel primo pomeriggio mentre il marito era al lavoro. Possiede un supermercato e non chiude durante la giornata. E pure questa volta l’assassino doveva avere una relazione con la vittima.”
Quando ritornai a casa mi addormentai tardissimo, la rabbia di otto anni prima era ritornata intatta.

 

mano Merenda

 

 

 

www.giovannimerenda.it

   

 

 

Editing by Benedetta Volontè e G.M.

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