odisseo e circe 

Salpammo alla metà del giorno seguente dopo aver caricato sulla nave le bestie destinate al sacrificio. Avevo taciuto la nostra vera destinazione ai miei uomini. Avevo detto loro solo che, per consiglio di Circe, dovevamo consultare un oracolo in una terra sconosciuta e probabilmente pericolosa prima di poter prendere la rotta per la nostra isola.
Eravamo sospinti da un vento suscitato da Circe e non era necessario remare. Navigammo per tutto il resto del giorno e poi per tutta la notte ma dopo la notte non arrivò un nuovo giorno e continuammo a navigare con l’animo pieno di angoscia nella semi oscurità in un cielo abbandonato dalle stelle.

Non so quanto tempo dopo… come si fa a calcolare il passare delle ore, se la notte e il giorno non ci assistono con il loro avvicendarsi… si presentò davanti a noi una terra, approdammo e il vento che ci aveva condotto fin là cessò.
Presi terra con due dei miei compagni che conducevano le pecore. Risalimmo per lunghe ore un fiume che scorreva urlando, riempiendo una gola scura in cui solo uno stretto sentiero permetteva il passaggio. Sfiorammo le acque ribollenti i cui schizzi bagnavano le nostre vesti e il vello degli animali, fino a quando non arrivammo all’incrocio con un altro fiume altrettanto possente.

La luce era quella incerta che precede l’alba di un giorno molto nuvoloso e il mio sgomento cresceva man mano che mi inoltravo nella terra dei morti. Tutti i colori erano scomparsi.
All’incrocio dei due fiumi io tracciai con la spada i confini di una fossa di circa mezzo metro di lato e feci scavare i miei uomini. Poi ho eseguito i riti necessari che mi aveva indicato Circe.
Versai lungo i bordi prima latte e miele e poi vino dolce. Dopo acqua dall’alto nella fossa e infine sui bordi candida farina. Poi mi inginocchiai e promisi solennemente di sacrificare ai morti, se fossi arrivato a Itaca, la migliore delle mie giovenche non fecondate. Promisi anche di sacrificare a Tiresia la più bella pecora del mio gregge.
Scannai le pecore al di sopra della fossa e il sangue che scorreva era, con quella luce, nero e non rosso.
Arrivarono i morti o per meglio dire… arrivarono le loro ombre, i loro simulacri… non so come definire esattamente la loro essenza.
C’erano uomini e donne, vecchi e giovani. I giovani con in viso il dolore per il loro abbandono prematuro del mondo dei vivi. Alcuni, caduti in battaglia, indossavano le armature ed erano cosparsi di sangue. E tutti avanzavano verso di noi agghiacciandoci il sangue. Diedi ordine allora ai miei uomini di scuoiare le pecore sventrate e di bruciare le loro pelli come olocausto a quegli Dei che sugli Inferi comandano. Poi sguainai la spada e mi posi tra i morti e il sangue, perché Circe mi aveva detto che nessuno doveva bere prima di Tiresia.

Tra quelle ombre mi parve di scorgere un viso conosciuto. Guardai meglio e un pianto feroce mi squassò subito il petto.
Era mia madre Anticlea. Mia madre che mi aveva stretto al petto disperata quando ero partito da Itaca. Con altre ombre si avvicinò alla fossa ma io dovetti respingere, piangendo, anche lei perché tiresiaTiresia doveva essere il primo a placare la sua sete con il sangue.

E Tiresia arrivò stringendo in mano uno scettro d’oro.
“Oh, te misero, Odisseo figlio di Laerte, che hai dovuto intraprendere un simile viaggio per conoscere la tua sorte.
Ma se vuoi il mio responso, scostati dalla fossa del sangue affinché io possa bere.”
Io mi spostai e lui bevve avido il sangue nero.
“Tu hai lasciato la luce del sole per questo luogo infelice desiderando udire la mia profezia ma il mio non è un responso che possa tranquillizzare le tue apprensioni.
Poseidone non ha scordato l’accecamento di suo figlio Polifemo. E contro di te volgerà ancora la sua ira.
Le uniche speranze che tu e i tuoi uomini avete per un felice ritorno in patria sono, ahimè, riposte nella forza del vostro debole animo. E non ti basterà essere forte e vincere i tuoi istinti e i tuoi desideri… so che ne sei capace… ma lo stesso dovranno fare i tuoi compagni che non sono dotati della tua stessa saggezza. Voi giungerete in un’isola che si chiama Trinacria dove pascolano le grandi greggi del dio Sole. Solo se le rispetterete e lascerete al più presto l’isola con le sue sacre greggi intatte avrete la possibilità di raggiungere Itaca. Se invece violerete i possedimenti del Dio, tu solo potrai scampare. Ma giungerai alla tua terra solo dopo molti anni, accompagnato da una nave straniera e là dovrai affrontare tracotanti nobili che consumano i tuoi beni e ambiscono alla mano della tua sposa.
Sì… se così sarà, anche se giungerai alla tua isola da solo… io conosco il tuo valore e sono certo che tu li sconfiggerai e li ucciderai, o affrontandoli apertamente o grazie alla tua astuzia.
Ma, prima o dopo, dovrai riprendere il mare per giungere in una terra sconosciuta e inoltrarti in essa fino a giungere in una regione abitata da un popolo che ignora l’esistenza del mare e quindi delle navi. Là, un giorno, portando sulla tua spalla un remo incontrerai un viandante che ti chiederà che cosa sia il legno che stai portando con te. Solo allora, dopo aver conficcato per terra il remo, potrai ritornare alla tua terra e la morte che ti attende, come attende tutti i mortali, ti coglierà solo quando sarai vecchio. E la tua fine avverrà sul mare, su quel mare che tanta parte ha avuto nella tua vita.”

Le parole di Tiresia non potevano certo confortarmi, ma prima che se ne andasse avevo ancora qualcosa di molto importante per me da chiedergli:
“Sia fatta la volontà degli Dei. Ma dimmi… tra le ombre che si tengono lontane dalla fossa temendo la mia spada, ma desiderando bere il sangue, c’è, ahimè, mia madre Anticlea che io lasciai viva in Itaca partendo per Troia. Come mai non mostra con alcun segno di riconoscermi?”

“Quelle ombre possono comunicare con te, Odisseo, solo se tu permetterai che bevano il sangue.”
Così detto, il saggio Tiresia non riprese la strada da cui era arrivato, ma svanì davanti ai miei occhi.
Rinfoderai la mia spada e i morti si avvicinarono alla fossa del sangue. Mia madre bevve e subito mostrò di riconoscermi e mi rivolse la parola:
“Oh mio diletto figlio, che cosa ti conduce da vivo in questo regno oscuro? Noi morti qui viviamo… se posso usare questa parola… e qui resteremo per sempre, ma deve essere terribile per un vivo la visione di questo regno pieno di orridi e tumultuosi fiumi. Deve esserci un grave motivo se hai affrontato questo viaggio. Sicuramente non sei ancora tornato alla nostra terra, a Itaca. E non hai rivisto la tua donna e la tua casa…”
“Sì, madre mia, tu hai ragione, ancora non sono tornato a Itaca. Io continuo a vagare per i mari, colpito da una maledizione, e proprio per questo son dovuto scendere negli Inferi per avere un responso dal saggio Tiresia.
Ma dimmi, o madre, come ti ha colto la morte? Fu una lunga malattia o il dardo compassionevole di Artemide ti ha regalato una morte improvvisa e caritatevole?
Parlami di mio padre e del figlio che ho abbandonato, dimmi se sono ancora il signore della mia terra oppure in mia assenza il mio trono è caduto in altre mani. E mia moglie mi è fedele oppure credendomi morto ha un nuovo sposo?”

“Figlio mio, tu fai torto a Penelope la tua sposa.
Una donna coraggiosa che è rimasta nel palazzo a difendere i tuoi diritti. Ella si batte coraggiosamente combattendo l’angoscia di ogni nuovo giorno che allunga la tua assenza. Tuo figlio Telemaco amministra i tuoi beni da quel giovane saggio che egli è. Tuo padre invece risiede in campagna e mai scende in città. Vive con i suoi domestici facendo la loro stessa vita. Veste trascuratamente e d’inverno dorme per terra accanto al fuoco. Tanti dolori affliggono le sue ossa e solo il desiderio del tuo ritorno lo tiene in vita, nonostante la sua vecchiaia.
Io alla vecchiaia ho ceduto. Non mi colse la freccia compassionevole di Artemide ma, per mia fortuna, non ho patito gli strazi di una lunga malattia, quegli strazi che fanno preferire la morte. Come una candela mi sono consumata e spenta e il dolore di non poterti vedere, figlio mio, ha soffiato sulla fiamma della mia vita accelerandone la fine.”

Sentendo le sue parole, il racconto della sua morte, il mio cuore era sempre più pieno di tenerezza verso di lei.
Avanzai verso di lei per stringerla tra la mie braccia ma lei svanì nel momento in cui i nostri corpi avrebbero dovuto toccarsi, per riapparire un metro davanti a me. E per tre volte inutilmente riprovai.
“Madre, perché fuggi le mie braccia? Io bramo di tenerti stretta al mio petto come tu facevi quando ero bambino. Forse anche gli Dei degli inferi sono adirati con me e non mi permettono di abbracciarti? Quanta infelicità dovrò sopportare ancora…”
“Figlio mio adorato, purtroppo non è possibile per noi abbracciarci dando uno sfogo al nostro amore e alla nostra pena. Davanti a te tu mi vedi e puoi guardare il mio misero corpo da vecchia e il mioombre viso e le sue rughe. Ma questa è solo illusoria apparenza. Noi morti siamo solo ombre e i nostri corpi in realtà giacciono nelle fosse che li hanno accolti quando abbiamo lasciato la terra dei viventi. E non è possibile abbracciare un’ombra.”
E si allontanò senza più parlare e nel mio cuore si rinnovò, straziandomi, il dolore per la sua perdita.

Dopo di lei vennero altre donne a bere il sangue una alla volta e dopo aver bevuto si fecero riconoscere.
Venne Tirò, che invaghita di un fiume… che strano mondo il nostro… fu invece posseduta con l’inganno da Poseidone e poi venne Antiope che aveva dormito tra le braccia di Zeus, partorendo due figli che avevano fondato Tebe e venne Alcmena che con il seme dello stesso Zeus aveva generato il possente Eracle e poi Megara e poi l’infelice Epicasta, madre di Edipo, che inconsapevolmente aveva giaciuto con il proprio figlio e per riscattare l’incesto si era uccisa impiccandosi e Clori, sposa di Neleo, che in gioventù era stata bellissima e Leda, madre di Castore e Polluce… e Polluce era immortale e Castore mortale e quando Castore fu ferito a morte Polluce ottenne da Zeus di dividerne la sorte e da allora i due fratelli alternano un giorno nell’Olimpo e uno negli Inferi.
E dopo di loro venne Ifimedea, sposa di Aloeo, che dall’unione con Poseidone ebbe due giganti come figli che ancora giovanetti tentarono di dare l’assalto all’Olimpo e trovarono, gli empi, la loro giusta fine. Poi vidi Fedra e Ariadne, la figlia di Minosse, che Teseo da Creta condusse ad Atene e Artemide uccise nell’isola di Dia. E con loro vennero a bere il sangue tante altre donne famose oagamennone sconosciute.
E dopo apparve un gruppo di uomini ed io riconobbi Agamennone e i suoi compagni più fidati e il re di Micene bevve il sangue e allora anche lui mi riconobbe e, piangendo, quel sovrano orgoglioso e superbo che credevo non conoscesse il gusto salato delle lacrime tentò di serrarmi tra le sue braccia come prima era avvenuto, quando io avevo tentato di abbracciare mia madre, ma nessun contatto fu possibile tra di noi.

“Oh grande re, quale sorte iniqua ti è toccata? Vederti in questo luogo terribile mi fa capire che niente sono al confronto le mie tribolazioni dopo aver lasciato Troia. Certamente la tua non è stata una morte naturale, perché con te vedo i tuoi uomini più fidi, chiaro segno che insieme avete intrapreso il viaggio senza ritorno per gli Inferi.
Forse Poseidone con le sue tempeste ha affondato il tuo naviglio oppure siete sbarcati in cerca di cibo o di bottino in una terra inospitale e gli abitanti hanno avuto il sopravvento su di voi?”

“Ahimè, la mia sorte fu più misera di quelli che trovano in una leale battaglia in campo aperto la loro dolorosa, ma dignitosa fine. Io sono ritornato a casa credendo di trovare finalmente la pace e gli onori che mi spettavano tornando vincitore da una guerra così lunga.
E invece noi tutti fummo scannati, come si scannano gli animali in un putrido mattatoio, durante un banchetto nel palazzo del traditore Egisto, a me legato da vincoli di sangue, ed io vidi, prima di morire con gli occhi sbarrati… gli occhi che nessuno pietosamente mi ha chiuso dopo morto… mentre inutilmente il mio braccio cercava di raggiungere la mia spada… ignari di tanta malvagità ci eravamo presentati disarmati… vidi la mia indegna moglie, la cagna che con quel cane di Egisto si era sordidamente accoppiata durante la mia assenza, la perfida Clitennestra, immergere un pugnale nel ventre di Cassandra, la sciagurata figlia di Priamo, che con me era venuta da Troia, per condividere la mia orribile sorte.”

Penelope“Grandi sciagure portano le donne alla stirpe degli Atridi.” osservai, “Elena ci ha trascinato in una lunga e sanguinosa guerra e mentre noi combattevamo, Clitennestra ha consumato il suo tradimento.”

“Ho imparato, anche se con troppo ritardo, che bisogna diffidare delle donne. Non bisogna confidare nel loro onore e non dobbiamo mai confidare loro i nostri segreti.
Ma perché dico questo a te che hai sposato Penelope, che merita la tua fiducia? Sicuramente al tuo ritorno la ritroverai fedele e potrai riabbracciare tuo figlio Telemaco che lasciasti bambino.
Ma dimmi, nelle tue peregrinazioni hai mai avuto notizie di mio figlio Oreste? Io sono stato ucciso prima di riuscire a rivederlo ma egli è ancora vivo perché non abita questo regno infernale e forse un giorno vendicherà la mia morte.”

“No, Agamennone. Niente ti posso dire di tuo figlio. I miei viaggi mi hanno portato lontano dalle terre più conosciute.”

Mentre parlavo con Agamennone, arrivarono gli eroi che sotto le mura di Troia avevano perso la vita e insieme vagavano per quell’oscuro regno. C’erano Patroclo, Antiloco e Aiace, insieme ad altri valorosi, e in testa al loro gruppo c’era il più grande degli eroi, Achille.
Camminava davanti agli altri e chiaramente era il loro capo onorato.
“Oh, figlio di Laerte,” mi disse, “che straordinario coraggio dimostri visitando da vivo il regno dei morti.”

“Prode Achille, se tu guardi bene puoi leggere sul mio viso la mia paura e il mio sconcerto per questo viaggio che ho dovuto intraprendere. Ma era necessario per interrogare il grande vate, Tiresia.
Ma tu, piuttosto… vedo che anche qua sei onorato come lo eri giustamente da vivo. Anche in questo regno ti vengono tributati gli onori…”achille

“Nulla valgono questi onori di cui parli quando si perde il bene più grande… la vita. Come preferirei essere il più umile degli schiavi e godere del calore del sole e da vivo provare tutte quelle sensazioni che da morto ho perduto per sempre.”
E mi guardò negli occhi affinché io leggessi nei suoi la sincerità delle sue parole. Poi si allontanò in silenzio con la sua schiera di eroi defunti.

L’ultimo, che camminava distaccato dagli altri, era Aiace. Aiace che aveva posto fine alla sua vita con le sue stesse mani, umiliato dalla follia che lo aveva pervaso dopo che le armi di Achille… quelle maledette armi… erano state assegnate a me e non a lui.
Era uscito di senno e aveva fatto una strage, probabilmente convinto di stare uccidendo i suoi compagni che gli avevano negato quello che voleva ma quando era tornato in sé intorno a lui giacevano le pecore di un gregge che aveva sterminato nella sua furia ridicola.
Lo raggiunsi e mi posi davanti a lui affinché il suo sguardo cadesse su di me, mai mi aveva guardato mentre parlavo con Achille.

“Prode Aiace, anche ora che sei morto, vive ancora il tuo odio verso di me? Non puoi nemmeno adesso perdonarmi per quel verdetto che ha assegnato a me e non a te quelle sciagurate armi? Non capisci che fu Zeus che ci era avverso a segnare il tuo destino per indebolire le nostre file?”

Ma il suo sguardo, anche allora che mi ero posto di fronte a lui, andava oltre di me e Aiace continuò il suo cammino. 
Mai si sarebbe sanata la ferita che la sua morte aveva aperto nel mio cuore. Non avevo condizionato con alcuna slealtà la scelta di assegnare a me le armi di Achille dopo la sua morte, avevo solo perorato la mia causa ma egualmente mi sentivo responsabile. Quelli che avevano scelto di assegnarmi le aiacearmi, avevano preferito Odisseo, l’abile diplomatico piuttosto che Aiace, il rude uomo di guerra ma io sapevo, dentro di me, che quelle armi spettavano al più valoroso del nostro esercito e il più valoroso era lui.
Raggiungendo Aiace mi ero inoltrato nel regno degli Inferi, vidi Minosse che seduto sul suo trono con uno scettro d’oro in mano giudicava i morti.
E vidi Tizio, il gigantesco figlio di Gea, incatenato a terra, per punirlo della violenza arrecata a Leto, diletta di Zeus. Due avvoltoi gli dilaniavano il fegato straziandolo in un supplizio che non avrebbe mai avuto fine.
Poi vidi Tantalo, immerso in una palude fino al mento e la palude si ritraeva ogni volta che chinava il suo capo per bere e non gli era permesso nemmeno di mangiare… su di lui c’erano gli alberi con la frutta più bella, ma ogni volta che alzava una mano per cibarsene i rami si innalzavano fino a una altezza che le sue braccia non potevano raggiungere.
E Sisifo che spingeva un grande masso su per una collina e ogni volta che con grandi sforzi raggiungeva la cima il demone Crataide lo spingeva all’indietro e il grande masso rotolava con fragore verso la valle dove Sisifo era condannato a ricominciare a spingere.
Mi ritrovai a pensare che molte delle nostre azioni, degli sforzi di noi vivi, somigliavano all’inutile fatica che Sisifo compiva negli Inferi.

Vidi poi una larga area vuota che i morti che vagavano evitavano visibilmente. Al centro di quello spazio c’era, solitario, Eracle con l’arco snudato tra le mani e la freccia incoccata. Quando mi vide venne verso di me.
“Odisseo, di certo anche tu come me devi essere stato colpito da una maledizione, se il destino ti ha condotto da vivo in questa terra infelice. E le maledizioni le mandano gli Dei. Io pure sono stato colpito dal capriccio degli Dei e ho dovuto in vita… io, temuto da tutti… soggiacere al volere di un uomo in tutto e per tutto vile, che mi costringeva ai più terribili compiti. Qui, proprio negli Inferi, mi mandò per catturare Cerbero, convinto che non ci sarei riuscito. Ma io imprigionai il grande cane e lo portai con me nel mondo dei viventi.”

Così mi disse e poi si allontanò ed io continuai ad addentrarmi perché ormai più che il timore contava il mio desiderio di vedere il più possibile in quel regno dove mi ero dovuto, mio malgrado, recare.
Ma a un certo punto mi trovai davanti una massa di morti che avanzavano compatti verso di me emettendo rumori terrificanti. E anche i loro volti incutevano paura e allora scappai con tutta la forza che il terrore dava alle mie gambe e raggiunsi il luogo dove avevo lasciato i miei uomini, sempre incalzato da quella terribile schiera, e insieme fuggimmo verso la nave.

 

 da Il mio nome è Odisseo (inedito)

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Altri estratti:

Odisseo

Polifemo

 

 

Editing by Gamy Moore

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