sherlock holmes

È elementare, mi creda… senz’altro elementare, mio caro.

L’importante è non dare per scontate quelle cose che sono solo evidenti.

L’evidenza, di per sé, non è sinonimo di verità.

La verità è… la verità! Invece l’evidenza, qualche volta, è quello che qualcuno vuole che noi prendiamo per verità.

Ecco che cosa ci dice l’evidenza in questo caso: sette persone approfittano di una bella giornata di sole così rara dalle nostre parti e decidono di mangiare all’aperto e si fanno preparare la tavola sul prato.

Mentre stanno mangiando il pasticcio di rognone, George, il padrone di casa, si alza e dice di essersi ricordato di avere un vino veramente speciale, nel casotto degli attrezzi che si trova a cento metri dalla tavola, isolato, dalla porta opposta alla casa e in piena vista dalla tavola stessa e quindi sotto gli occhi di tutti.

Dopo 10 minuti George non è ancora tornato.

I suoi amici cominciano a chiamarlo, senza ricevere nessuna risposta.

Diranno poi di aver pensato, a questo punto, a uno degli scherzi per cui George era famoso e di averne parlato tra di loro.

Alla fine Arthur si decide e va a cercarlo, entra nel casotto e ne esce dopo pochi secondi, diciamo… 20 secondi, stravolto e corre urlando verso gli altri.

John, che ha capito che deve essere successo qualcosa a George, è il più pronto ad alzarsi e corre a sua volta verso il casotto, praticamente incrociando Arthur.

Si precipita dentro, si sente un suo gemito soffocato, e quando arrivano gli altri che hanno parlato con Arthur, lo trovano, impietrito, vicino al cadavere di George pugnalato a morte in pieno petto, riverso sulla schiena, la camicia bianca piena di sangue.

L’arma del delitto, un coltello da caccia molto comune, è per terra vicino al cadavere.

Paul, un altro degli amici – William, Brian e Richard completano il gruppo – corre in paese a chiamare la polizia locale e con un telegramma subito dopo avvisa pure un suo amico, Martin, l’ispettore capo di Scotland Yard, che arriverà in carrozza circa 2 ore dopo, non senza essere passato a prenderci da casa nostra senza preavviso, sapendo che il caso poteva interessarmi.

E gliene sono senz’altro grato.

Continuiamo con l’evidenza.

La spianata, dove c’è il casotto e dove era stata preparata la tavola, è abbastanza grande e non ci sono alberi tra la tavola e il casotto per cui è altamente improbabile, che qualcuno sia entrato e sia uscito, dal casotto, dopo che Gorge vi era entrato, senza essere notato dagli amici seduti a mangiare, i quali poi, da parte loro, hanno giurato tutti che nessuno di loro si è alzato da tavola dopo che George era andato a prendere il vino, prima che Arthur andasse a vedere che cosa era successo.

Inoltre George, avrebbe potuto, magari sentendo i passi, vedere arrivare qualcuno, dal momento che nella porta c’è un finestrino piccolo, che, se naturalmente da lontano non permette di vedere cosa succede dentro, permette, invece, a chi è dentro di osservare fuori.

Certo, se l’assassino era già là dentro quando è entrato George, è dovuto passare sotto gli occhi dei commensali solo una volta, ma dal momento che non si trattava solo di uscire dal casotto, ma anche da girarci intorno per aggirarlo e portarsi fuori dalla portata dei loro sguardi, e la vista che il casotto presentava ai sei era quella del lato più lungo – ci sono circa 5 metri e mezzo, sia a destra sia a sinistra della porta, per arrivare all’angolo della costruzione – possiamo continuare a ritenere questa ipotesi improbabile, anche se percentualmente di meno.

Diciamo, per la precisione, che se c’è soltanto una probabilità su cento che qualcuno sia entrato e uscito dal casotto non visto, almeno da Arthur, Brian, John e William che lo vedevano direttamente, vista la disposizione dei posti a tavola, c’è, al massimo, un due per cento di probabilità che non sia stato visto mentre si limitava solo ad uscire.

Passiamo poi al luogo del delitto: anche lei, mio caro amico, l’ha visto insieme a me.

Nessun posto dove nascondersi, un piccolo tavolo, gli attrezzi alle pareti o per terra e degli scaffali a muro con i vini, le marmellate e le conserve di pomodoro.

Nella parete opposta all’ingresso, una finestra piccola non protetta da grate, una finestra da cui non poteva entrare sicuramente nessuno di corporatura normale, solo una persona magrissima o, magari, se non vogliamo escludere nessuna ipotesi… un nano o un bambino.

La servitù di George è stata concorde nel dire che la finestra era sempre chiusa e lo era anche quel giorno, come ci hanno riferito i due servitori che hanno preparato la tavola, che insieme sono andati a prendere i vini da portare fuori, ma noi, come quelli che sono entrati prima di noi, l’abbiamo vista spalancata.

Riguardo a questo punto lei forse si ricorderà che io dopo aver osservato con attenzione la finestra sono uscito a fare un giro intorno al casotto.

Così ho avuto il modo di ammirare alcune delle splendide rose di cui il povero George, ci dicono, andava tanto fiero.

Le aiuole di queste rose – di uno splendido giallo, per quelli che si interessano di queste cose, io… lei, amico mio, lo sa, ho altri interessi – sono tutte sul lato posteriore del casotto, sembra che il posto sia stato scelto per la sua esposizione e per il tipo del terreno.

Il giardiniere le innaffia ogni mattina e anche quella mattina l’ha fatto pochi minuti prima che il suo padrone si mettesse a tavola con gli amici.

E così, dopo aver parlato di probabilità e di evidenze arriviamo alla prima verità: il suolo era ancora umido quando io l’ho osservato e molto più umido deve essere stato due ore prima.

Ebbene, non c’era nessuna impronta nelle aiuole.

Quindi la prima verità è che nessuno si è servito della finestra per entrare o uscire.

Ma allora, perché la finestra era aperta?

Forse l’aveva aperta George per vederci meglio?

Ridicolo! Lo scaffale dei vini era in piena luce e certo la vista non sarebbe certo migliorata aprendo la finestra che non aveva scuri.

Bastava la luce che veniva dai vetri e, se non fosse stata sufficiente, George poteva senz’altro, più comodamente accendere la luce, che invece è stata trovata spenta.

Infatti, a detta di tutta la servitù, quella finestra non veniva mai aperta proprio perché era una finestra molto dura ad aprirsi e richiedeva un certo sforzo e un ragionevole tempo per poterla aprire.

Poteva, forse, averla aperta l’assassino per sviare le indagini?

No, se l’assassino era Arthur, il quale non avrebbe mai avuto il tempo di pugnalare George, di aprire la finestra e di uscire dopo pochi secondi.

Il tempo di pugnalare George sì, quello di aprire la finestra no.

E neppure se l’assassino è John, che si è trattenuto più a lungo… sì, lo so che Arthur aveva già trovato George morto… ma facciamo, comunque, l’ipotesi, anche senza sapere perché, che John abbia per qualche motivo aperto la finestra.

Si ricorderà che abbiamo notato che l’ispettore Martin ha chiuso la finestra e poi l’ha riaperta – sì, anche gli ispettori capi di Scotland Yard a volte riescono a pensare – e ci ha messo parecchio tempo. Ma questo non vuol dire, era la prima volta che l’apriva… ma sopratutto l’ispettore ha fatto molto rumore.

Rumore che se la finestra era stata aperta mentre si mangiava poteva passare inosservato, ma se la avesse aperta John, sarebbe senz’altro stato udito dagli uomini che stavano accorrendo e quindi erano vicini al casotto.

E allora cosa resta?

La verità, vecchio mio, quello che resta è la verità!

La finestra l’ha aperta George, può essere stato solo lui, e non per vederci meglio o per fare entrare qualcuno.

L’ha aperta per fare credere che poteva essere entrato o uscito qualcuno!

Naturalmente non alla polizia, ma ai suoi amici ai quali aveva preparato l’ennesimo scherzo.

E per raggiungere la perfezione, visto che ai suoi scherzi gli amici erano abituati, l’aveva preparato doppio, procurandosi un complice, in questo caso… un assassino… un assassino come complice.

Ma George questo ancora non lo sapeva.

Entrato nel casotto, aveva aperto la finestra, preso il coltello da caccia che aveva portato con sé oppure che si trovava già nel casotto, aperto una bottiglia di pomodoro, macchiato col sugo la lama del coltello e la sua camicia all’altezza del cuore e aveva aspettato il suo complice.

Si era messo dietro la porta osservando i suoi amici dal finestrino e chiedendosi quanto tempo ci avrebbero messo.

Poi, finalmente, ha visto arrivare Arthur.

Ma non era Arthur quello che lui aspettava.

Lo scherzo doveva essere doppio e doveva essere John il primo ad arrivare, e subito dopo sporcarsi anche lui di pomodoro e mettersi per terra vicino a lui per fare credere a un doppio delitto.

Comunque, visto arrivare Arthur, dopo aver sicuramente imprecato alla stoltezza di John, George aveva deciso di continuare con lo scherzo, sia pure semplificato.

Arthur ha abboccato ed è uscito gridando, John si è alzato prima degli altri, non aveva bisogno che Arthur si avvicinasse per capire cosa gridava, è entrato nel casotto, ha pugnalato George, mettendogli la mano davanti alla bocca per soffocare il suo urlo di morte – cosa che, parzialmente, gli è riuscita… si ricordi che hanno parlato tutti di un gemito soffocato, però attribuendolo a John alla vista del cadavere di George, non hanno pensato che lo avesse emesso George… Arthur aveva detto che era già morto e così era diventato il perfetto complice, involontario, di John – ha richiuso la bottiglia di pomodoro e ha preparato una faccia sconvolta a beneficio degli altri.

Perché, lei ora mi chiederà, ho pensato a John piuttosto che ad Arthur?

Devo confessare che ho pensato pure ad Arthur, ma mi sembrava che John avesse più tempo a disposizione e quindi era un assassino più probabile.

Inoltre conosco bene il direttore della banca di cui si serve John, mentre non conosco per niente quello della banca di cui serve Arthur, così è alla banca di John che sono andato stamattina e ho saputo che John aveva perso parecchio denaro speculando in borsa, era praticamente rovinato.

Sette giorni fa aveva incassato un grosso assegno con la firma di George e aveva subito investito il denaro.

Ma gli era andata male anche stavolta.

Forse l’assegno era falsificato oppure George rivoleva indietro il denaro e John non essendo in grado di restituirlo, temeva, conoscendo George, che avrebbe detto a tutti che lui era rovinato e non onorava i debiti, magari facendolo sapere agli altri con grande piacere, lui era fatto così.

Una perizia calligrafica sull’assegno ci dirà come sono andate effettivamente le cose.

Poi sono passato a trovare il nostro caro ispettore capo Martin.

E poco fa ho saputo, grazie alla gentilezza dell’ispettore, che John ha confessato subito.

La cosa curiosa è che dice che l’idea dell’assassinio gli era venuta in mente mentre si stava alzando, per andare a chiamarlo, al posto di Arthur come concordato con George… l’idea di ucciderlo gli è venuta esattamente nel momento in cui si stava alzando.

All’ultimo secondo.

Vede quindi anche lei, vecchio mio, che l’evidenza è una cosa, la verità, spesso, un’altra.

E una volta sicuri di alcune piccole verità tutto diventa elementare, mio caro Holmes… elementare… parola di John Watson!

 

 


Si ringrazia per l’editing Benedetta Volontè.

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