di Margherita Merone

 

discorso in montagna

 

Il discorso in pianura di Luca (Lc 6,20-49) trova corrispondenza nel discorso della montagna di Matteo (Mt 5,7). Ad essere precisi, piuttosto che un “discorso” sarebbe meglio parlare di una raccolta di parole dette da Gesù riguardo alcuni temi specifici, come confermano le aggiunte, gli spostamenti, il carattere complesso, la presenza di diversi generi letterari. Con questo gli evangelisti non volevano certamente falsificare l’insegnamento di Gesù, piuttosto comunicarlo e farlo entrare nella vita.

Le beatitudini o macarismi fanno parte di un genere letterario conosciuto nel mondo greco, orientale, biblico, infatti nell’Antico Testamento si trova ad esempio nella letteratura sapienziale e in quella apocalittica dove i poveri sono felici, beati, perché Dio, che presto attuerà la funzione regale escatologica, si prenderà cura di loro, per tutto quello di cui hanno bisogno. Però, mentre le beatitudini escatologiche del giudaismo promettono una vita futura a chi è fedele a Dio e osserva scrupolosamente la Legge, nei macarismi di Gesù per essere beato non c’è da seguire nessun comportamento previo, ma c’è una chiamata a rallegrarsi, a gioire perché il Regno di Dio è vicino.

Le beatitudini di Matteo sono otto, alla terza persona plurale, scritte nella forma di sentenze, quelle di Luca sono quattro, alla seconda persona plurale, scritte in stile diretto, a cui seguono i “guai”. Mentre in Matteo si guarda alla disposizione interiore del discepolo, al suo atteggiamento morale e religioso, in Luca si prende in considerazione la condizione sociale del discepolo. La fonte di entrambi gli evangelisti è la fonte Q (dal tedesco “quelle”, fonte), una tradizione quasi certamente orale. La maggioranza degli esegeti considera la versione di Luca più aderente alla tradizione Q rispetto a Matteo. Ci sono infatti in Matteo numerosi riferimenti alla pietà giudaica e al rapporto di Gesù con la Legge, cose che Luca non scrive perché non si rivolge ad una comunità giudaica ma ellenistica, giudicando pertanto quei riferimenti non interessanti per loro.

Leggiamo che Gesù rivolgendosi ai suoi discepoli disse: «Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sareteGesù e le genti saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti».

Gesù si rivolge ai discepoli che rappresentano la comunità cristiana, i credenti, ai quali rivolge le esigenze fondamentali del Regno. Non è un discorso riservato a pochi iniziati ma aperto a tutti, c’è infatti una folla che ascolta Gesù silenziosamente. Si riferisce ai poveri, ma per Luca, chi sono i poveri? Non pensiamo che abbia in mente un’attitudine spirituale ma una povertà reale, una condizione precaria concreta. È considerato l’uomo nella miseria, colui che non può provvedere ai propri bisogni, che spesso viene sfruttato, maltrattato, abbandonato. L’evangelista lega questa condizione alla situazione di persecuzione che vive un cristiano, pertanto le beatitudini hanno la funzione di sostenere, incoraggiare, confortare i credenti perseguitati, esortandoli ad essere perseveranti nella fede.

Sono poi presi in considerazione quelli che sono affamati, nel senso reale, coloro cioè che non hanno di che mangiare. A loro la beatitudine garantisce un banchetto escatologico che sazierà non solo la fame fisica ma l’uomo interamente. L’adesso che l’evangelista pone è il tempo attuale che è un tempo di prova, di grande sofferenza per i cristiani, vissuta realmente, in opposizione al tempo futuro, nel quale la loro situazione cambierà completamente.

Nella terza beatitudine si parla di quelli che piangono. Non si tratta di un pianto particolare, in una particolare occasione ma un pianto di vero e profondo dolore, di chi vive nella tristezza e nello sconforto. Ma questi rideranno, come condizione opposta al dolore, senza avere sentimenti di disprezzo e vendetta verso chi ha fatto loro del male, in qualsiasi modo.

I credenti delle tre beatitudini sebbene esposti a varie situazioni di sofferenza si devono considerare beati perché gli viene garantito il Regno di Dio e la gioia per sempre.

L’ultima beatitudine, i perseguitati a causa del Figlio dell’uomo, riflette l’esperienza della comunità cristiana primitiva. Quello che sopporta per prima cosa è un odio profondo. Il cristiano viene messo al bando, da parte, escluso, va evitata qualsiasi relazione con lui. Essi sono insultati, accusati, diffamati, la loro reputazione viene totalmente distrutta. Il loro nome, essere un “cristiano” viene disprezzato, rigettato come cattivo, malvagio. Tutto quello che subiscono è a causa della loro fede cristiana, a causa, come sottolinea Luca, del Figlio dell’uomo, di Cristo. Ma subito dopo c’è un invito rivolto ai perseguitati. Devono gioire, sussultare, essere allegri e spensierati, in quel giorno, ossia quando ci sarà la persecuzione, perché Dio darà loro una grande ricompensa, faranno esperienza dell’amore infinito del Padre.

Anche i profeti, ci spiega Luca, sono stati maltrattati dai loro contemporanei. La sorte dei credenti viaggia nella stessa direzione e sono beati perché, conformi a Cristo, hanno in ogni istante la certezza dell’intervento di Dio.

Le beatitudini mi hanno fatto riflettere soprattutto quando, dopo queste, Luca parla dei “guai”, che avranno i ricchi che non mancano di nulla, del loro atteggiamento nei confronti del vangelo. Chi è ricco non si preoccupa del dopo, del dovere verso i poveri, della consapevolezza di essere anch’esso dipendente da Dio. Guai a voi, sottolinea Luca, implicando con molta probabilità chi rifiuta il Vangelo o i falsi profeti. Ma nonostante tutto questo, l’evangelista non esita a mostrare come la ricchezza possa diventare un pericolo anche per i cristiani e li rende coscienti di tutto il male cui sono sfuggiti per aver accolto il Vangelo. Guai anche a quelli che ridono soddisfatti e indifferenti ai bisogni del prossimo perché piangeranno e guai a chi cerca a tutti i costi la stima della gente.

Quella che vive l’evangelista è la situazione della comunità cristiana presente al suo tempo che deve confrontarsi ogni giorno con chi si oppone al messaggio del vangelo, a Gesù Cristo, al Figlio dell’uomo.

Quello che penso è che dovremmo tornare al discorso sull’amore, sulla relazione, sul dialogo, sull’aiuto verso chi ha bisogno, perché dove c’è un di più non va tenuto per sé ma va donato, aprendoci tutti alla reciprocità, alla condivisione, al rispetto reciproco, imprimendo nel cuore, come un marchio, il comandamento dell’amore.

 

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