di Margherita Merone

 

invidia

 

Nella parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna, Gesù afferma che il regno dei cieli è simile ad un padrone che esce di casa, molto presto, per andare a cercare operai che lavorino nella sua vigna. Prende accordi con loro per un compenso di un euro al giorno. Durante la giornata ne invita altri a lavorare stabilendo con gli ultimi la stessa paga. Al momento di essere retribuiti, però, chi ha lavorato dall’alba si lamenta perché non trova giusto che gli ultimi ricevano la stessa somma, ma il padrone risponde: “Sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20, 1-16).

Questa parabola mi dà lo spunto per parlare di uno dei sette vizi capitali: l’invidia (gli altri sono l’ira, l’accidia, la gola, la lussuria, l’avarizia e la superbia). Che sia un atteggiamento particolarmente grave ne abbiamo esempi nella Bibbia, uno di questi è la storia di Caino che per invidia verso il fratello Abele arriva ad odiarlo tanto da ucciderlo (Gn 37) e poi nel Nuovo Testamento lo vediamo con Gesù che viene ucciso per l’invidia dei sommi sacerdoti (Mc 15,10). È evidente che l’invidia che può trasformarsi in odio va contro l’essenza della religione cristiana che è la carità, ossia l’amore nella sua manifestazione più grande.

L’etimologia del termine invidia viene dal verbo “invidere”, ossia in (dentro) e videre (guardare), dunque, un guardare dentro in senso negativo, provando un fastidio enorme per una persona che ha successo, per ciò che possiede, per le virtù evidenti, per le qualità anche spirituali. L’invidia non sempre si manifesta esteriormente, ma se accade è generalmente con la calunnia, il pettegolezzo, con accuse infondate, diffamazioni, parole che non sono espressione della verità; a volte la situazione interiore può degenerare ed essere devastante. In alcuni casi si può arrivare anche all’omicidio. L’invidia non deve essere confusa con l’indignazione verso qualcuno che, ad esempio, riceve un particolare riconoscimento nel lavoro, né con l’emulazione intesa come quell’atteggiamento che in positivo spinge qualcuno ad imitare una persona che prende come modello, cercando di essere il più possibile come lei, e in senso negativo diventa competizione in cui uno deve prevalere sull’altro. Per dirla in breve, l’invidia è un sentimento cattivo che ha casa in un cuore malvagio.

Tanti associano l’invidia alla gelosia, ma ciò è sbagliato perché mentre chi prova gelosia la vive per un bene che è suo, chi ha invidia la prova per qualcosa che è di un altro. La gelosia, inoltre, in alcuni casi, deve essere intesa come un atteggiamento positivo, non a caso si legge nell’Antico Testamento che Dio è geloso. La sua è gelosia intesa come atteggiamento positivo verso gli uomini, da proteggere in quanto sono un bene di grande valore, bene che è suo e al quale non vuole accada nulla di male. Comunque sia, per gli uomini anche nel caso della gelosia l’importante è che non degeneri.

invidiaL’invidioso non riesce a gestire la propria emozione soprattutto quando si trova di fronte una persona di famiglia, un amico o un collega di lavoro che è felice per aver raggiunto un qualcosa che lui non è riuscito a realizzare. Detesta che l’altro sia contento, non prova certamente amore, ma l’esatto opposto. L’invidioso per eccellenza è il diavolo che non tollera quando qualcuno vive uno stato di grazia con Dio, come dai tempi di Adamo ed Eva. Tanti mistici, tra questi san Giovanni della Croce, sostenevano che la forma più alta di invidia è l’invidia spirituale che si presenta nella persona come una tristezza grandissima verso qualcuno che in forma evidente progredisce nella virtù, e nella convinzione che non potrà mai giungere al suo livello. Questa forma di invidia viene collocata tra i peccati contro lo Spirito Santo.

Purtroppo l’invidia spesso è molto vicina, pensiamo sempre a qualcuno che ci invidia conoscendoci poco e lontano da noi, in realtà spesso parte dalle persone vicine con le quali abbiamo a che fare tutti i giorni, quindi in famiglia principalmente, tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratelli, amici e via dicendo. Tenerla sotto controllo non è affatto semplice, la coscienza ci dice qualcosa, ma non sempre la ascoltiamo. Il problema è che ciò impedisce la crescita della virtù della carità, che rimane in fondo fino a sparire col tempo del tutto, ovvero quando il cuore è pervaso completamente dall’invidia.

Alla radice l’invidia ha l’egoismo, l’amore totale per se stessi: ogni cosa è centrata su di sé e l’io della persona non può tollerare che dove lui fallisce altri invece riescano e bene. Il successo, l’attenzione, la stima, ogni bene che vede riferiti ad un altro, l’egoista li vorrebbe solo per sé. C’è in atto in questi atteggiamenti il culto dell’io personale superiore a tutti gli altri. Da lì le conseguenze possono assumere forme differenti.

Si può guarire da questo vizio capitale?

Gli addetti ai lavori – mi riferisco a guide spirituali molto in gamba che hanno esperienza e fanno serio discernimento – non pensano che si possa arrivare ad una guarigione completa, soprattutto quando questo vizio è ormai ben radicato e non è stato contrastato sul nascere. Non c’è un totale pessimismo, ma neanche la certezza della riuscita, poiché la difficoltà c’è ed è evidente dagli atteggiamenti. Come tutti i grossi mali va curato con l’atteggiamento opposto, dunque con la carità, con l’amore disarmante, quello grande e potente, di fronte al quale il male non può resistere e deve solo sparire. La preghiera è fondamentale, non senza la volontà di voler gridare al successo dell’impresa. Importante è l’opera dello Spirito Santo che illumina colui che prova invidia facendogli capire che affrontando la vita in quel modo distrugge principalmente se stesso, e a ciò si aggiungono le ripercussioni sugli altri. Va spiegato a queste persone che le qualità, i talenti che ognuno di noi ha sono doni dello Spirito Santo da mettere a disposizione, a vantaggio degli altri. Il dinamismo della carità implica che qualsiasi bene va diffuso, condiviso, non può essere vissuto in modo egoistico, perché solo in questo modo si cresce e si migliora. Ciò che fa bene all’altro fa bene anche a se stessi.

Sarebbe meraviglioso se tutti pensassero che è bello sapere che l’altro sta bene, gioire insieme a lui dei successi di quanto seminato, che ogni giorno può essere impiegato per migliorare se stessi e per comunicare all’altro quanto di buono ha in sé o ha ricevuto. In poche parole basterebbe inquadrare la propria vita serenamente, senza invidia, ma con semplicità secondo quanto ha detto Gesù: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35).

 

 

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