di Flavia Chiarolanza

 

Vesuvio 

 

Questo Vesuvio che viene troppo spesso invocato come potenziale omicida della città di Napoli… Cosa accadrebbe se traducesse in parole il suo alito di lava?

Dicono che il superbo monte, dono maledetto e benedetto di noi campani, così essenziale per completare il panorama eppure così temuto per la sua inclinazione al delitto, solo momentaneamente taciuta, debba le proprie origini alla caduta di Lucifero sulla terra. Di bellezza divina come l’angelo perduto, e dall’anima pulsante di morte. Un inferno la cui bocca si apre nel pieno del cuore cittadino.

Ipocrita, dice il grande Mimmo Borrelli, poiché illude con le sue forme incantevoli, ammalia sdraiato com’è lascivamente nel golfo, emette il suo richiamo e può distruggere a tradimento chiunque si avvicini.

Mimmo Borrelli

È difficile scrivere qualcosa di inedito sul conto di Borrelli, considerato il più grande drammaturgo vivente per la sua prosa innovativa, a tratti blasfema, e il multiforme talento da cantastorie e capocomico, secondo la più autentica accezione ormai perduta nel tempo.

Il suo Napucalisse: oratorio in lettura, andato in scena al Castel Sant’Elmo lo scorso fine settimana in occasione del Napoli Teatro Festival, è un atto d’accusa e di amore disperato nei confronti della città, una piccola apocalisse di voce, mimo e canto sulle musiche originali di Antonio Della Ragione. Davvero notevole la performance di questo musicista, che è riuscito mirabilmente a scandire il ritmo della recitazione senza perderne un solo battito, e senza mai distanziarla o lasciarsi distanziare. Un passo a due, sublime minuetto tra artisti che dialogano tra di loro e col pubblico avvalendosi del solo talento, nudo e spoglio come la scenografia.

Mentre le parole scorrevano con la stessa voracità di quella lava che presto o tardi tornerà a sommergerci, ilBorrelli Vesuvio troneggiava alle nostre spalle, lasciandosi ammirare dall’alto della collina del Vomero ove sorge questo splendido castello medievale, illustre ospite della prestigiosa rassegna sempre più foriera di talenti nuovi o già affermati.

È stato bello ritrovarlo al termine dello spettacolo, nella sua fiera immobilità, circondato dagli sguardi e dagli obiettivi di visitatori estasiati; e subito dopo immaginarlo nella veste di giustiziere ingiusto perché, come dice Borrelli, la sua furia non distingue tra il bene e il male, non chiede conto delle azioni commesse in vita mentre passa e brucia. Poi si riaddormenta immemore, coricandosi sulle macerie, nell’attesa che il bello sorga nuovamente dalle ceneri e sia pronto a contaminarsi con il brutto, in quell’immortale connubio tra sacro e profano che rende Napoli unica nel suo splendore e nella sua miseria.

Un racconto struggente, quello di Borrelli, intenso e bellissimo. Solitario sul palco, l’artista si esibisce con mille voci e in mille corpi diversi, in una sorta di insaziabile metamorfosi a cui il pubblico assiste dal vivo quasi incredulo. Muto, negandosi di applaudire sebbene le mani scalpitino, perché ogni rumore diverso dall’ansimare di Borrelli, dal suo affanno e dal suo respiro, teme di essere profano.

 

 

 

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