di Flavia Chiarolanza

 
gruppo attori

 

Se c’è una cosa che amo del teatro, è l’apertura del sipario: quel momento magico, che segna l’istante in cui le aspettative della platea in attesa vengono realizzate o deluse. Il pubblico osserva e decide d’istinto se il piccolo mondo, che gli si spalanca dinanzi, lo trascinerà nel vortice del coinvolgimento oppure in quello della distrazione.

Nella piccola Sala Paradiso di Napoli, quando il sipario ha compiuto il dovere della sua magia, ad accogliere me e gli altri spettatori sono state le note di un brano originale, uno dei tanti proposti nel corso della rappresentazione. Un tributo alla felicità, in quella maniera tutta partenopea di inneggiare senza retorica alla vita. La melodia era così gradevole, che ne ho conservato traccia nella memoria anche una volta rientrata a casa.

Su di una scena colorata, che rendeva alla perfezione l’intimità di un ambiente coniugale, siamo stati accolti a passo danzante da un’attrice al suo debutto, Angela AcuntoAngela Acunto, tra le protagoniste femminili di questa pièce tratta dal famoso “’O scarfalietto” di Eduardo Scarpetta, in una singolare e gradevolissima riscrittura del regista Gennaro Ranieri. Angela si muove con grazia sotto una veste che ricorda la moda di fine ‘800, grazie alla mano sapiente della costumista Susy Garofalo; sgambetta elegantemente nonostante la mise e strappa il primo tra i sinceri applausi a scena aperta che il pubblico non lesinerà agli attori da lì in poi.

Inizia così La boule chantante, commedia in due atti e nove canzoni portata in scena dalla compagnia Il Ditirambo l’11 e il 12 aprile scorsi, con la promessa di nuove repliche incoraggiate dall’enorme successo delle prime due serate.

La vicenda narrata da Scarpetta ha il sapore di una triste modernità, segnata ancora oggi dalla crisi della coppia e dallo scambio di rancori che conducono spesso davanti a un giudice. Ciò che nella realtà si conclude sovente in modo aspro, sul palco riesce a trovare il lieto fine di una riconciliazione.

I personaggi appartengono al variegato campionario delle maschere scarpettiane, e divertono per l’esasperazione dei tratti caratteriali in cui ognuno può riconoscersi.

La bravura degli interpreti impone di chiamarli per nome uno ad uno, rendendo onore al merito: è sempre difficile per un attore calcare le scene del teatro classico, ove incombe il peso del confronto con i giganti del passato e addirittura del presente, in una continua rincorsa alla tradizione da parte dei più attuali, blasonati artisti.

Michele Amoroso è lo sposo di Amalia nella finzione, e di Angela Acunto nella realtà. La coppia avrà forse ricreato sul palco i battibecchi della sua autentica vita coniugale, ma lo ha fatto con una tale simpatia da indurre il pubblico a non parteggiare né per l’uno né per l’altra. Uniti nelle fedi nuziali e nel talento, vantano una perfetta intesa e offrono al pubblico deliziosi siparietti di comicità.

Davvero notevole il Felice Sosciammocca di Amoroso, che ricambia la bellezza di Amalia con la propria, regalando un’insolita avvenenza al personaggio più famoso della letteratura di Scarpetta. Versatile e camaleontico, Michele passa con disinvoltura dal recitato al cantato, usando il corpo come eccezionale veicolo.

Imma Illiano interpreta Rossella, la procace cameriera che innesca la catena degli equivoci e trascina la coppia sul baratro della rottura, pur di inseguireRossella la cameriera l’amore non ricambiato per Don Felice. Bravissima l’interprete, cui la regia affida il compito di intonare la prima tra le nove, inedite canzoni scritte dallo stesso Ranieri ed accompagnate al piano dal Maestro Andrea De Vivo.

Filippo Ferrara è il magistrale interprete dell’Avv. Raganelli, di cui propone una esilarante caratterizzazione. Attori e avvocati della vita reale si confrontano quotidianamente con le insidie della lingua, intesa sia come muscolo che può incepparsi per l’emozione sia come idioma; e quello della lingua italiana offre un gamma infinita di parole e sfumature. Solo i presenti in sala hanno potuto gustare il virtuosismo delle battute che nascevano storpie e, per bocca dello stesso Ferrara, si convertivano subito dopo spiegando l’autentico senso della frase. Una metamorfosi verbale che quasi scriveva un secondo testo, in parallelo a quello originario. Sembrava di assistere alla creazione di trame che, lasciate libere di svilupparsi anche grazie alla complicità degli altri attori, rischiavano di aprire nuovi sipari. Complimenti dunque a questo splendido attore, capace di non perdere il filo di tutte quelle parole in sfrenata libertà, per giunta tra gli applausi incessanti del pubblico che durante le sue esibizioni rideva fino alle lacrime (come è successo alla sottoscritta, il cui mascara delle grandi occasioni andava vergognosamente sciogliendosi).

Quintilio Illiano interpreta l’Avv. Fiorenzelli, irriverente come l’accento toscano che millanta nonostante l’indubbia napoletanità. Sarà lui ad intonare l’unico brano malinconico dello spettacolo, una dichiarazione d’amore disperata alla donna che si ostina a respingerlo. Così cade la maschera di predatore impudente e un po’ bullo, vestita fino ad un attimo prima e poi gettata con nonchalance dal giovane attore, in favore di quella di un romantico Pierrot.

Mi inchino riverente al talento vocale, espressivo e corporeo di Mario Tomaselli, interprete di Gaetano Papocchia, curioso omino che – giunto al cospetto dei coniugi Sosciammocca per proporsi quale affittuario di una casa di loro proprietà – viene coinvolto di prepotenza nei litigi coniugali e conteso da entrambi per la sua veste di potenziale testimone. Notevole la performance di questo attore di grande esperienza, che riesce ad esibirsi magnificamente sia nel canto sia nella mimica.

La moglie, Dorotea Papocchia, forse per una reazione istintiva di protesta, ha modi radicalmente opposti rispetto a quelli affettati del marito. Rumorosa, esasperante, urlante come nel migliore cliché della femmina teatrale gelosa, deve la sua Dorotea Papocchiaottima resa scenica alla brava Clotilde del Vaglio.

Gennaro Esposito è un ragazzo di bottega, tirato a sua volta per le maniche nel mezzo della vicenda prima umana e poi processuale. Vivace e simpatico come impone la giovanissima età, sia del personaggio sia dell’interprete, è alla sua prima apparizione teatrale.

Nel secondo atto la scenografia cambia di punto in bianco, passando dalla leggerezza dell’ambientazione casalinga all’austerità del tribunale, luogo da sempre oggetto delle più dissacranti parodie, ideale metafora di un mondo di urlatori in cerca di rivincita o vendetta.

In quest’aula convergono tutti gli attori secondo una consuetudine cara a Scarpetta, che ama affidarsi per l’epilogo alla coralità dei suoi personaggi. Sul finale, un appello rivolto al pubblico affinché giudichi con benevolenza gli attori devotamente impegnati nello sciogliere la matassa degli umani conflitti e offrire una morale su cui riflettere.

           coniugi in lite          

In questa seconda parte fa il suo ingresso un signor veterano delle scene, il bravissimo Gaetano Basile, che mantiene un’invidiabile flemma nel caos di tutte quelle testimonianze confuse ed assolve fino all’ultimo il suo ruolo di togato.

Inutile dire che mi sono divertita un mondo, così come il resto del pubblico, e apprendo dagli attori che la rappresentazione del giorno dopo ha riscosso un successo addirittura maggiore.

Ora che il regista Gennaro Ranieri può rilassarsi e progettare con calma le date future, inizio la mia chiacchierata insieme a lui partendo proprio da qui:

 

Lo spettacolo ha raccolto molti consensi. Io per prima, seduta in mezzo al pubblico la sera del debutto, ne sono stata testimone. Stai pensando a nuove rappresentazioni?

 

Certamente. Infatti siamo già tutti impegnati nella ricerca di acquirenti e nuove piazze per promuovere questo progetto, e cercare di realizzarne altre messe in scena.

 Giudice

La regia subirà modifiche in futuro, considerando l’inevitabile crescita emotiva dello spettacolo e dei suoi protagonisti?

 

Il bello del teatro è che tutto si modifica giorno dopo giorno, replica dopo replica. A parte quelli che sono i cambiamenti spontanei, al momento non ho in mente alcuna modifica per quanto riguarda la struttura di base della regia.

 

Non tutti sanno che “O scarfalietto”, una delle commedie più conosciute di Scarpetta, è ispirata all’opera francese “La Boulé” di Meilhac e Halévy. In cosa differiscono i due testi, tra di loro e rispetto alla tua rivisitazione?

 

È una domanda complicata. Differiscono praticamente in tutto, la stessa trama non si mostra fedele fino in fondo al testo originale. Ciò che rimane in comune è, potremmo dire, “l’obiettivo”: la farsa vuole divertire, facendo ridere su quelli che sono i difetti, le intemperanze, le manchevolezze delle classi sociali rappresentate.

 

Gaetano PapocchiaQuando hai deciso di intraprendere questo progetto, che genere di contributo intendevi offrire al teatro e, nello specifico, a quello della più nobile tradizione napoletana?

 

Ogni autore, e – più in generale – ogni persona che si dedichi al teatro, cerca di fare ciò che le è più congeniale. Io sono napoletano fin dalle origini, i miei genitori provengono dal centro storico della città. Non sono né un campanilista né un vernacolista: credo semplicemente che le lingue debbano essere parlate finché siano in grado di esprimere qualcosa. Non si tratta di un tributo alla tradizione. Ho voluto dimostrare che si può far ridere ancora oggi grazie ai copioni più classici, datati se vogliamo, attraverso un buon lavoro di riscrittura. E questo per dar loro un ritmo ed una struttura moderni a partire dal linguaggio, pur continuando ad utilizzare la lingua napoletana.

 

Gli interpreti sono stati tutti convincenti, sia come attori sia come cantanti. Quanto si deve al loro talento e quanto invece alla sapienza di chi li ha diretti?

 

Le due cose non possono scindersi. Un buon maestro ha bisogno di buoni allievi, e questo vale per tutti i campi. Un insegnante difficilmente riesce a dare il meglio, se si trova di fronte ad una classe apatica, a persone che non vogliono imparare. Le sue lezioni cadranno nel vuoto. Qualunque sia il prodotto, per realizzarlo occorre l’impegno di tutti, dentro e fuori le quinte.

 

Alcuni attori erano al loro debutto. È più difficile dirigere un veterano oppure chi, non avendo esperienza, porta in dote solo il cuore?

Sembrerà scontato, ma è più facile dirigere chi ha già esperienza. Si incontrano spesso attori non professionisti che di amatoriale hanno ben poco. Porto avanti questa polemica da anni: per teatro amatoriale io intendo un gruppo di appassionati che amano davvero il teatro. Amare significa conoscere, ma capita di dirigere persone che ignorano le fondamenta stesse del teatro, dimostrandosi anaffettivi verso quest’arte. Meglio dirigere un giovane che non ha mai visto il palcoscenico ma ha tanta voglia di apprendere, come mi è capitato in questo lavoro.

 

Tra gli uni e gli altri c’è stata subito l’armonia, poi resa sul palco?attori

Per fortuna sì, perché ognuno ha rispettato il suo ruolo ed ha contribuito a creare un clima piacevole di lavoro.

 

Oltre alla regia, hai firmato anche le musiche e le parole dei brani originali. È vero che non hai mai studiato musica, e che le note delle canzoni sono nate d’istinto?

Il mio non è un caso unico: nella nostra tradizione c’è un grandissimo che, pur non conoscendo la musica, ideava i motivi delle canzoni, e cioè Raffaele Viviani. Io invento canzoni suonandole nella mia testa, con gli strumenti della fantasia. Una volta trovate le parole, e il motivo adatto, corro dal mio amico Andrea De Vivo che è velocissimo nell’individuare gli accordi. L’ultima canzone che ho scritto è un duetto presente nella commedia: si tratta del pezzo in cui Gennarino, il ragazzo della bottega, pretende da Don Felice il compenso per la propria testimonianza (lui la chiama “mazzetta”). Questa canzone è nata in un paio d’ore, dopodiché sono andato da Andrea che in pochi minuti ha trovato gli accordi.

 

Si tratta dunque di un sodalizio già esistente con il Maestro, e non di un incontro artistico avvenuto sulle tavole di questo progetto?

Proprio così.

 

Se fosse possibile uno scambio di ruoli, con quale personaggio ti piacerebbe confrontarti?

Avv. RaganelliDomanda semplice! Quando ero molto giovane e calcavo le scene con una compagnia amatoriale, interpretai il personaggio dell’Avv. Raganelli, oggi affidato al bravissimo Filippo Ferrara. Se proprio devo esprimere una preferenza, è dunque per questo straordinario personaggio.

 

Esiste, o esisterà, un cd per raccogliere i brani musicali inediti?

Abbiamo intenzione di creare un DVD con la commedia registrata integralmente. Appena lo spettacolo sarà rodato, cercherò di portarlo ovunque sia possibile, anche direttamente nelle case.

 

Cosa intravedi tra i programmi futuri?

Per il momento mi concentro sull’attuale spettacolo, a cui sono molto affezionato. L’obiettivo è quello di fare in modo che possa essere visto dal maggior numero di persone, e che ognuna esprima lo stesso giudizio entusiastico delle prime due rappresentazioni.

 

Chi non pagherebbe oro, in cambio di una fresca risata? L’antidoto più efficace contro ogni amarezza, del presente e del passato, perché certi mali sono comuni a tutte le epoche. Ciò che proprio non si riesce a tramandare, è la saggezza di un tempo nello sminuire i conflitti anziché esasperarli, come insegnano le attuali aule di giustizia. Per questo la memoria è così utile, e siamo ben felici di vederla perpetuata anche grazie alle nuove generazioni.

 

Ciao, e auguri a tutti di simpatiche arringhe conciliative.

 

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