Tanti sono stati gli studiosi hashimotiani, ma tra i più significativi, oltre la già citata Maroquin ed il sempre verde Von Kazzemberg, quello che ha determinato la fortuna del nostro è stato Gennaro Quagliarulo, personalità multiforme e dai molteplici interessi.

Qualche breve cenno sulla celeberrima Maria Juana Maroquin della Università di Medellin, che, oltre agli studi hashimotiani,   pubblicò anni orsono una validissima sintesi di tutta la poesia contemporanea sudamericana sorridente: “Vuie ve murite i fame e ririte; mas que cazz ve site fumados ovvero al campesino non fare sapere come è buona la canna con le pere” , ora finalmente tradotta in italiano da  Maria Giovanna Cannone .

Anche l’illustre e compianto clinico Ludiwig Von Kazzemberg, professore a Dresda di anatomia penica comparata, merita una nota di apprezzamento per  il suo studio, tra i più aggiornati e documentati, tradotto in italiano da Pasquale Konrad Paccariello: “La poesia eroicomica e le tecniche di corteggiamento dei frati trappisti ovvero Giochi di mano giochi di villano ”.

Ma  non si può comprendere la poesia hashimotiana e le sue fonti di ispirazione se non si conosce la vita del Quagliarulo.

Egli nasce a Paneruoccolo nel 1960, da una ricca famiglia di quella contrada.

Si hanno poche notizie sulla sua vita, che comunque fu piuttosto movimentata.

Sua madre fu donna Lisabetta dei Saliscendi, appartenente dunque a una delle più note cospicue e potenti famiglie di Paneruoccolo.

Donna Lisabetta gestiva il racket delle saracinesche.

Il padre di Gennaro era Ngiulillo Quagliarulo detto Serrafica: è di tutta evidenza che il soprannome allude alla sua attività prevalente, quella di gestore di una catena di case di tolleranza. Quando nel 1959 esse furono poste fuorilegge, Ngiulillo si riciclò immediatamente e, grazie alla grande disponibilità di liquidi, divenne il più importante banchiere privato della zona. Insomma divenne, grazie a questa proficua attività, una fra le personalità più in vista della vita politica ed economica di Paneruoccolo.

Ovviamente fu cambiato il soprannonome in Ngiulillo Serrancanne.

Sia il padre prima, che Gennaro da maggiorenne, entrarono nell’ordine dei Cavalieri di Santa Pupazza, loggia massonica di rito caivanese.

In un ambiente così fatto Gennaro crebbe e si formò secondo i modi d’allora e volto a impossessarsi della cultura vigente, in particolar modo le arti del trivio di Villaricca, del quadrivio di Giugliano, della rotonda di Arzano, della rotonda Maradona e di quella sul mare.

E fu così che nel 1976 ad appena 16 anni compose la sua prima lirica dal titolo ‘o Zeza.

È giusto rammentare i versi più significativi: “ed un’orchestra che suona vedo gli amici ballare e tu non sei qui con me ed allora vengo lì e ti spacco la faccia a te e a chilo strunzo che fa ‘o Zeza con te”.

Per una strana ironia della sorte da allora Gennaro fu chiamato ‘o Zeza come lo sconosciuto rivale.

La lirica fu premiata con la Lupara d’Argento al IV Festival della Poesia di Corleone.

Oltre che alla poesia, Gennaro ‘o Zeza, come documentano i vari processi tutti conclusi con assoluzioni, si dedica anche ad altre attività.

Milita come alleato dei Marsigliesi contro il Clan degli Albanesi.

Nel 1981 era fra i picciotti che assalirono il campo di don Turrido della mafia perdente.

Si ha notizia tuttavia che durante quest’assedio fu più di una volta multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Lo troviamo ancora colpito da multe in città l’anno successivo, ed esattamente l’11 luglio, per aver percorso Via Caracciolo a 220 km orari. Altra multa gli fu comminata nel 1991 in circostanze analoghe.

Sono questi gli anni ai quali risale pressoché per intero la sua produzione poetica, almeno quella che ci è pervenuta.

Uomo frivolo e spensierato, disordinato e dissipatore, ebbe come ideale di vita tre cose solamente, la donna, il vino e le carte; tuttavia ci ha lasciato un ricco canzoniere, dal quale risalta moltissimo anche il suo romanticismo nell’amore per una tale Bocchina, figlia di un solachianiello di Acerra.

La sua è una poesia d’argomento e di linguaggio realisticamente quotidiano e dialettale in toni scherzosi e burleschi.

Latitante per sfuggire ai vari mandati di cattura, G.Q. partì per una lunga crociera intorno al mondo con il suo brigantino Gabbiano III. Fece scalo in Giappone e lì conobbe la poesia  hashimotiana.

Al rientro in Italia, approfittando di una opportuna amnistia e grazie ad abili avvocati, condusse con sé un baule pieno di poesie di Hashimoto.

E così divenne tra i maggiori cultori hashimotiani e paroliere di canzoni napoletane per il mercato giapponese (qualche titolo: O sol levante mio sta ‘nfronte a te, Quante è belle stanotte ‘o Fujiama, A Nagasaki ce sta ‘na fenestra).

Inoltre ha tradotto la produzione di Hashimoto in napoletano.

Ecco il primo haiku in versione Quagliarulo.

Cammisa nera

Forse si nu zuzzuso

O ehia alalà

Non necessita alcun commento.

 Una canzone di Hashimoto

 

 

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