Come in cielo [romanzo di Marco Candida]

Estratto 

Nives e Ascanio distolgono lo sguardo dalle rigature nel calcare e nell’argilla a rincorrersi e incrociarsi nei calanchi del Monte Marcellino. I rigaggi nella marna degli Orridi di Sant’Antonino li hanno risucchiati simili al vortice di un mare impetrato. Le forre paiono onde rocciose, così come certe distese di terra in certi tramonti ti fa voglia di tuffarti e nuotarle. I burroni a precipizio sul Rio Fossone paiono marosi d’argilla cristallizzati lì in eterno: o quantomeno, per eoni. Non vi è bello, in quel dispiegarsi di rocce sedimentarie. Masse fibrose alabastrine baluginano come fiumi di pietra carsici. La calcite trapunta la roccia luccicando come brillante. Minuscole doline, avvallamenti carsici, e inghiottitoi si susseguono su calcare e argilla per effetto di erosione di acque meteoriche. Perlopiù, un incresparsi, un rappallottolarsi, un incartocciarsi come se l’effetto di quel processo di indurimento millenario sortisse a sguardo umano impressione opposta di molliccio, gelatinoso, prolassato. La roccia è l’imbolsirsi di una materia originariamente piallata, perfetta: piramidale. Ecco cosa sono le Piramidi Egizie: Montagne Perfette. Montagne Ideali. Non svigorite e languide; bensì, turgide, piane, perfette. Ordine e bellezza: geometria euclidea in un mondo geodetico. Un mondo disassato: privo di corrispondenza tra catene montuose e mari e fiumi e le stelle in cielo. Invece, le Piramidi si allineano alle costellazioni, e sono teorema pitagorico. L’uomo euclideo in un mondo altazimutale diventa prometeico. Persegue la Montagna Ideale della Piramide combattendo le Montagne della Follia. 

Anche Ascanio e Nives, a modo loro, si sono provati a edificare una Piramide in una landa circondata da Montagne della Follia. E sono riusciti in cosa? Una Piramide della Follia. Pietre basaltiche color della pece. Cupe, sproporzionate. Giganteggianti. In tutto e per tutto, costruzioni lovecraftiane. Riemergendo dal turbine di rammemorazioni aggettantisi da quei labirintici tracciati in quell’immenso esempio di frana plurimillenaria, Ascanio e Nives scuotono il capo, come in preda a stordimento. Tutto è frana, lì intorno. Tutto è rottura, dentro, in interiore homine. Il silenzio tra Nives e Ascanio prosegue. Lasciano siano le foglie a musicare messaggi sottili tra loro. Il grecale a trasportare voci di fantasmi a commento degli episodi a ciascuno in silenzio sovvenuti. Ormai, la minestra è riscaldata. Stanno insieme, sì, ma i piatti si rompono. Nives li fa cascare per sbadataggine, e Cristoforo piange, e Ascanio corre a consolarlo; ma intanto, quei piatti si scassano. Le pietre della Piramide si spostano dalle loro sedi dando luogo a configurazioni sbilanciate, malsane. Nives tira i cassetti troppo forte e li richiude troppo forte e apre e chiude le porte producendo decibel di troppo. Per sbadataggine, sì; ma lo fa. Non prende più il sole come prima. Ha imparata la lezione, no? Non esegue rituali propiziatori. Però, si agita nel sonno e nel sonno scalcia. Farfuglia frasi terribili. Ha incubi irripetibili. Superata la fase delle perversioni a fin di bene, ora Nives lo trascina pure nelle chiese. Pregano. Riscoprono il messaggio evangelico. Solo in chiesa, nel Santuario di Santa Maria di Pontasso a Codevilla, Nives sembra placarsi. Per il resto, ha il diavolo, nel corpo. Non è più la stessa, dall’episodio spartiacque: la seduta spiritica e l’incantesimo nel corso della rappresentazione teatrale di Spirito Allegro di Noël Coward.

In mezzo a quello sconforto sottaciuto, percependo ambedue quasi un apice, Ascanio si china e raccoglie da terra una calcite bianca di lucentezza vetrina, e traslucida, vetrosa. Non sembra pietra, ma fiore. I cristalli sono petali. E ancora, come per i calanchi, Ascanio si sorprende nello scorgere strutture soffici in scalenoedri vetrigni e puntuti. Quel quarzo arzigogolato fa pensare a un fiore anziché a una pianta grassa. Ascanio porge la calcite a Nives, e lei nel vederla si apre in un sorriso; e poi, rimanendo in silenzio, si porta la pietra vicino al naso respirandola. Quasi un riflesso, ma non sembra ridicola o fuori luogo nel farlo. La calcite riluccica attirando i pochi raggi solari e rimbalzandoli.

«Bellissima» dice Nives.

«Sì»

«Quasi un miracolo, l’aver trovato calcite su questo costone. Di sicuro, è insolito. Si trovano fossili marini, in questo canyon»

«Perché qui c’era il mare»

«Sì, il mare, una volta»

Nives lancia in alto la pietra e la ripiglia al volo. Ascanio nel vederle compiere un gesto simile quasi ha un moto di orrore. Lei lo replica, un paio di volte. Ascanio si sorprende a sentire i nervi saltargli in corpo, come grilli. Cerca di non cascarci. Nives vuole la rissa. Magari, per questo se lo è trascinato dietro, l’Ascanio. Per la resa dei conti finale. Un litigio conclusivo, in quel luogo aspro e tortuoso. Chi li avrebbe potuti sentire? La strada è stretta e sterrata, circondata da burroni. Passano macchine a lunghi intervalli.

«La mia psico dice ch…»

«Non mi interessa cosa dice la tua psico» fa Nives e lancia una quarta volta la pietra in aria.

Si sono pure rimessi in movimento. Stanno attraversando un ponte dove da entrambi i lati si può ammirare un panorama mozzafiato a picco sulla vallata sottostante. I calanchi sembrano denti di giganti e nell’insieme potrebbero trovarsi, Nives e Ascanio, nelle fauci spalancate di un mostro enorme. Il fitto di alberi e vegetazione impedisce di provare vertigini, sebbene il grecale spiri ancora e il nuvolo in cielo si sia scurito. Lungo quel tratto c’è una deviazione. Conduce a un pianoro, a lato della strada. A volte, Nives e Ascanio ci sono venuti. Ci hanno pure fatto l’amore. Nives prendeva il sole nuda. Voleva rifugiarsi lì in tenda. S’inerpicano sul pianoro e si stendono un poco. Nives tira fuori una bottiglietta e sorseggia un po’ d’acqua. Poi, una galletta, con residui di formaggio spalmabile. Hanno un plaid. Si distendono, cercando di fare come se il vento maligno non viaggiasse a venti nodi, trenta nodi. Chissà.

«L’hai sentito anche tu?» fa Nives, all’improvviso.

«Cosa?»

«Quel fruscio»

«Nives, qui è pieno di fruscii. C’è il vento»

«No, era un fruscio diverso. Di vestito. Una sottana»

«Non c’è nessuno qui»

«La signora vestita in grigio»

«Cosa?»

«Potrebbe essere lei»

«Di che parli?»

«Cerca su Internet. Leggiti la storia»

Ascanio pure a darle retta. Cava l’I-Phone di tasca e si mette a cercare. Ma non c’è campo.

«Non c’è campo»

«No?»

«No. Non prende. Non qui. Non so come mai»

«Niente I-Phone. D’accordo»  

«Allora, raccontala tu, la leggenda»

«Non è una leggenda»

«La vicenda»

«Un nobile guerriero longobardo, Azzo, sotto il signore di Mondandone, si smarrì nei boschi nel corso di una battuta di caccia. Gli comparve una signora in vesti grigio-azzurrine splendenti indicandogli la via di casa. In cambio, però, la donna chiese l’erezione di una cappella nel luogo dell’apparizione»

«L’erezione di una cappella?»

«Cretino»

«E poi?»

«Azzo si convertì e fece costruire un’edicola con l’immagine dell’Annunciazione. Da allora, nel luogo dell’apparizione, non nacque più pianta per un raggio di cinquanta metri. Intorno al 1523 si decise Maria la madre di Gesù la signora grigio-vestita. Si rinominò il Santuario Santa Maria de Pontassis, e divenne luogo di culto della Beata Vergine Maria col Bambino. Da piccola mi piaceva la veste: un broccato filettato d’oro»

«Orridi di Sant’Antonino. Solo un Santo potrebbe trovare un luogo così denso di asperità degno»

«Luogo di pellegrinaggio e purificazione»

Nives si porta sul ciglio del pianoro. Sotto c’è lo strapiombo.

«A volte, a guardar troppo sotto, mi vengono le vertigini» fa notare Ascanio.

«A me no. Io sono qui. Il burrone lì»

«Mi piglia una sensazione strana. Non un capogiro. La paura di buttarmi di sotto da solo»

«Soffri di vertigini»

«Può essere»

Nives compie un passo indietro come un gambero.

Ad Ascanio prende quasi un colpo. «Che fai? Vuoi precipitare? Questo pianoro non è transennato come la strada»

«Dai, rilassati!»

«Il vento ti spingerà giù»

Nives fa saltare in aria la calcite.

«Ogni volta quel gesto mi rimescola. Non dovresti più farlo» fa Ascanio.

«Ascanio, tra di noi nulla è p…»

Mentre pronuncia queste parole, Nives fa di nuovo roteare la calcite. Quella arriva in alto e poi per effetto della forza di gravità newtoniana (o della curvatura spaziotemporale einsteiniana, se si preferisce) discende. Stavolta, però, colpisce la mano di Nives sul dorso, rimbalzando verso lo strapiombo.

«Merda!» impreca Nives.

Seguendo un istinto naturale si volta cercando di seguire la traiettoria della calcite. Sposta un piede e nella torsione del busto si sbilancia in avanti. Un attimo. Nives scompare dalla vista di Ascanio. Si sente un urlo prolungato, uno strillo, come di strega, trasportato e amplificato dal soffio gelido di grecale. Ascanio è in piedi. Non può crederci. Si affretta sull’orlo del precipizio, mentre il vento lo avvolge come se volesse impedirgli di soccorrere Nives. Nives è dieci metri più in basso. Atterrata di schiena offre il volto insanguinato ad Ascanio. Pare irriconoscibile. Il sangue le avvolge il volto, come uno spruzzo. La pelle candida non si può più distinguere. Le sopracciglia sono indistinguibili. A vederla così, sembra sfigurata. Cadendo deve aver attraversato le chiome degli alberi squarciandosi viso e corpo con i rami. Il vento scuote le chiome degli alberi come capelli di Menadi in delirio.

«Nives!» grida Ascanio.

 

Marco Candida, Come in cielo, I libri di Mompracem Betti Editrice.

 

 

 

Gamy Moore
Follow me
Latest posts by Gamy Moore (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *