C’era una volta Quattroruote [4] L’apprendista


di Raffaele Laurenzi

LEZIONI DI GUIDA E DI VITA
Primo: “La macchina deve andare dove vuoi tu, non dove vuole lei”. Secondo: “Il volante va spinto, non tirato”; terzo: “Non guardare la strada davanti al tuo naso, guarda lontano, così prevedi ciò che può accadere”; quarto: “Entra piano in curva e quando l’hai capita accelera”; quinto: “Non insegnare al gatto ad arrampicarsi”; sesto: “A tavola e a letto non ci vuole rispetto”…
Indimenticabili le lezioni di vita e di guida di Giulio Pusinanti, storico collaudatore di Quattroruote, alle cure del quale ero stato affidato fin dal primo giorno del mio arrivo nella redazione della “Rivista per gli automobilisti di oggi e di domani”.
Anche in fatto di carognate al volante, materia di cui – che ingenuo! – mi credevo esperto, avevo molto da imparare. Perché a tutti capitava di farne, ma pochi sapevano farle bene come il Giulio. Se agisci d’istinto, mi spiegò, fai un macello: la carognata va premeditata, devi analizzare tutti i dati: velocità, distanze, tempi. Me ne dette subito una dimostrazione superando di slancio la coda di macchine ferme al semaforo di viale Certosa e passando l’incrocio nel momento in cui scattava il verde. Da brividi.


METTI LA RETRO CHE CE LA FAI
Avevamo in prova la Fulvia 1.3 berlina III serie, la prima nuova Lancia nata dopo il passaggio della storica Casa torinese sotto il controllo della Fiat. L’avevo acquistata io “sotto copertura”, perché fosse sottoposta a una prova-inchiesta di 42.000 km senza che la rete di assistenza Lancia sapesse che la macchina, in realtà, apparteneva a Quattroruote. Lo scopo del test era duplice: valutare la qualità della macchina sulla distanza e la qualità della rete di assistenza.
Eravamo diretti a Selvino dove Mastrostefano, il mio capo servizio, aveva affittato una bella casetta affacciata sulla vallata. Gli avremmo lasciato la Fulvia e saremmo tornati con un’altra macchina, non ricordo quale. Era inverno, la strada era innevata: la Fulvia gommata Michelin se la cavava brillantemente anche in quelle condizioni. Ma gli ultimi cinquanta metri non riuscì a farli: la casa del Mastro era appoggiata al crinale di una montagna e per raggiungerla si doveva affrontare una salita ripida e stretta, dove le ruote motrici anteriori si alleggerivano e slittavano.
“Maledizione, dobbiamo montare le catene per pochi metri!”, esclamai. Giulio scese, esaminò la situazione e sentenziò: “Vai su in retromarcia che ce la fai, ti aiuto io da qui.”
Naturalmente obbedii. E salii alla casa di Mastro al primo tentativo. Senza catene. Elementare: la Fulvia, in retromarcia, diventa a trazione posteriore.




APRI IL TAPPO, BISCHERO!

Tornavamo dal Veneto a bordo di una berlina in prova. All’altezza di Brescia, Giulio accostò in una piazzola: “Ti va di guidare?”. Mi sedetti al volante, azionai il cronometro Heuer con cui registravamo i tempi di marcia e partii spedito. Mezz’ora più tardi il motore accusò un mancamento, poi prese a sputacchiare e si fermò. Oh no, è finita la benzina! Avevo tenuto d’occhio il tachimetro, il contagiri, il termometro dell’acqua, ma non mi ero mai preoccupato del livello della benzina. Non sapevo neppure dove fosse.
Accostai in corsia d’emergenza rassegnato a dovermi mettere in cammino fino alla più vicina stazione di servizio, che neppure sapevo quanto fosse distante: cinque, forse dieci chilometri. A che ora saremmo tornati a casa? Del resto, che altro potevo fare per redimermi?

L’autopunizione non fu necessaria: Giulio aprì il bagagliaio, ne cavò la tanica di riserva e la sollevò in alto come un trofeo, perché la vedessi bene: “Dai, apri il tappo, bischero!”.
Aveva premeditato tutto. E io c’ero cascato.

 

UNO SBATTIMENTO DI BULLONI
Gli scherzi facevano parte dell’iniziazione di ogni nuovo arrivato. Naturalmente, anch’io ebbi la mia parte. Gli autori erano i soliti: i ragazzi dell’officina di via Giovanni Battista Fauché, a Milano, dove si restauravano le macchine d’epoca della collezione di Quattroruote e dove venivano esaminate le vetture in prova. Carlo Bravin, Gianni Regazzetti e il responsabile dell’officina Federico Robutti avevano un piccolo repertorio di scherzi a cui attingere e puntualmente lo mettevano in atto quando, ultimo arrivato, capitavo in officina. E io, ça va sans dire, ci cascavo ogni volta.
Il primo scherzo fu quello dei bulloni infilati in una coppa ruota.
“Cos’è questo rumore?” mi chiesi. Abbassai il finestrino per capirci meglio: mi fermavo, il rumore cessava; riprendevo la marcia, ricominciava. Mi venne in mente allora il servizio di un vecchio numero di Quattroruote, dove si spiegava quali sono i pesci d’aprile più divertenti da fare agli amici automobilisti. E uno era appunto questo. Dovevo per forza sporcarmi le mani: mi fermai, smontai la calotta anteriore destra e ci trovai due bulloni da 17 millimetri. Arrivato in redazione, misi i bulloni in una busta e li feci recapitare in officina, accompagnati dall’invito a infilarli in una sede più idonea… Qualche settimana più tardi, trovai i vetri della mia macchina, parcheggiata nel cortile dell’officina, coperti di ghiaccio, praticamente oscurati.
Ghiaccio in giugno? Possibile? Ci passai sopra un dito e mi accorsi che era sapone secco, ma l’effetto era lo stesso.
Un paio di volte mi toccò di subire anche lo scherzo del grande botto. Si svolgeva così: all’ingresso dell’officina c’era, appoggiata alla parete, una pesante lastra di ferro spessa un centimetro. I ragazzi aspettavano che la vittima innestasse la retro per fare manovra di parcheggio e a quel punto facevano cadere la lastra. Lo schianto metallico sembrava quello di una locomotiva che sbatte a cinquanta all’ora contro i respingenti del binario morto. Chi era al volante trasaliva e frenava di colpo, temendo di aver demolito l’Isotta Fraschini del dottor Mazzocchi…
Quando credetti che la stagione goliardica fosse finita, subii lo scherzo peggiore, che oggi però posso definire geniale. Pochi minuti dopo aver messo in moto la macchina, cominciai a sentire una puzza tremenda, che in poco tempo saturò l’abitacolo: “Cavolo – pensai – ho fottuto la guarnizione della testata!”. Gettai l’occhio sulla spia dell’olio: spenta; sulla spia dell’acqua: spenta. Fermai la macchina e aprii il cofano: c’era un’aringa ben cotta legata al collettore di scarico…

Giulio Pusinanti partecipava a questi scherzi con il silenzio del complice. Lo stesso il suo collega Gianni Gatti. Ma tutti alla fine erano pronti a farci sopra una risata. Inclusa la vittima.


NON FARE NIENTE!
Una sola volta lo vidi spaventato. Eravamo in autostrada, tra Genova e La Spezia, o forse tra Savona e Genova, non ha importanza, a bordo di una Ford Escort XL 1100, una macchinaccia che di buono aveva solo il cambio. Era inverno, cielo coperto, niente pioggia. Il traffico era quello di un giorno feriale, si viaggiava bene, a parte le raffiche di vento che ti investivano ogni volta che uscivi da una galleria.

Guidavo io, andavo spedito con l’obiettivo di arrivare a La Spezia in tempo per gustare una zuppa di datteri di mare, piatto oggi proibito.
Usciti da una galleria, sorpresa, si presentò davanti a noi lo scenario seguente: la strada, la vallata e le colline intorno tutto era imbiancato di neve ghiacciata, c’erano macchine che rimbalzavano sui guardrail come biglie sul biliardo, una vettura era in mezzo alla carreggiata e puntava i fari contro di noi.

“Non frenare, non sterzare, non fare niente!” gridò Giulio puntando i piedi.
Sollevai d’istinto il gas e non feci altro: ero rassegnato a lasciare che la Escort andasse dove voleva. Mi domandai soltanto contro quale dei due guardrail sarei finito. Invece, non so come, scivolammo in mezzo a quel groviglio senza un accenno di sbandata, senza un graffio, e ci infilammo dritti nella galleria successiva, al sicuro. Solo allora Giulio espresse un commento, sintetico ma efficace: “Che culo!”

 

 

Gamy Moore
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