Il ‘quattro stagioni’


di Enzo Buscemi

 

Ci incontravamo, sempre, a Roma. A casa mia.

“Sarò felice se verrai a trovarmi a Napoli. Almeno una volta. Magari per la prossima fine settimana. Comincio il conto alla rovescia?”

E Livia chiuse la comunicazione.

Avrei dovuto accontentarla. Da quando ci eravamo conosciuti, era sempre lei a venire da me. E, ogni volta, era costretta a inventare la solita storia. Quella da raccontare a sua madre.

“Vado da Adele”, le diceva. Adele era la figlia di una certa ‘zia’ che la sua, ingenua, genitrice odiava con tutto il cuore. Al punto di rifiutarne anche la citazione.

Accadeva da tempo immemorabile. E non ci sarebbe, mai, stata alcuna soluzione.

Ad Adele, la figlia di Stefania (la cosiddetta ‘zia’ che, in realtà, non era nemmeno lontana parente), Livia non telefonava.

Nemmeno per avvertirla della tresca. Era certa che sua madre non avrebbe, mai, tentato un controllo. Al contrario, con la sua coetanea, aveva da tempo una simpatica complicità. Ed entrambe, avevano evitato il contagio con l’inimicizia che separava le rispettive ‘genitrici’.

La bega era nata una trentina d’anni prima. Stefania e Concetta, amiche per la pelle, si erano separate per via di un inquietante episodio. Di corna, s’intende.

Concetta (che sarebbe diventata madre di Livia) rampolla di un affermato notaio, si era innamorata di Alfonso. Praticante, nello studio del padre.

Il giovane e intraprendente neolaureato, l’aveva convinta a concedergli ‘la prova d’amore’. Da allora la ragazza, appena diciassettenne, aveva circoscritto il suo mondo agli incontri con Alfonso.

Del resto non le importava più nulla. La scoperta del sesso, che il suo giovane amante esercitava con invidiabile padronanza, l’aveva totalmente plagiata.

Finché, la sua totale dedizione all’intrigo, sempre più morboso, non fu duramente sconvolta.

Una sera, desiderosa di fargli una sorpresa, e pregustandone le piacevolezze del seguito, si recò a casa del suo amore.

Alfonso si era sistemato in un monolocale, al secondo piano di un antico condominio, alle spalle del mercato di Forcella. Una specie di isola felice, però. Indenne dal chiasso e dai rischi della zona limitrofa, quanto allettante per la ragionevole pigione.

Concetta aveva preso delle sfogliatelle. Calde, calde, specialità molto gradita all’amore suo.

Passò sotto il grande portico, scalò velocemente i due piani, e la porta del desiderio fu lì davanti. 

Sperò nella consuetudine: Alfonso, usava mettere il chiavistello alla porta soltanto per la notte. Nelle altre ore, l’ingresso era libero. E infatti.

Con dolcezza, provò a girare la maniglia. L’intuizione era stata esatta, e il battente si aprì silenziosamente.

Concetta, si trovò il letto a due passi. Con quattro gambe in bella vista.

“Amore ti ho portato le sfogliatelle!”

Macché. L’esordio, che aveva preparato, abortì. Insieme al respiro.

Non riuscì a parlare.

Seguì il percorso di un paio di quelle gambe, perfettamente unite. Dalle caviglie, risalì ai glutei. Erano quelli del suo amore, li conosceva bene. Ai lati, le accoglievano, un altro paio di arti. Con le cosce aperte ad ali di farfalla, si univano  avviluppando le caviglie sulla schiena di Alfonso.

Però partivano da due glutei ben diversi. Con le due classiche linee sottili, più chiare, sfuggite all’abbronzatura, ad evidenziare le  pieghe sotto la invitante rotondità delle natiche, all’origine delle cosce. Incredula, il riconoscimento fu automatico, quanto veloce.

Conosceva bene quel piccolo neo, in basso sulla destra  della vagina. Dotazione, esclusiva, di Stefania. La sua migliore amica.

Il cartoccio con le sfogliatelle volò sul sedere di Alfonso che, alla sorpresa, reagì staccandosi, di colpo, dalla dolce morsa. Stefania, urlò di terrore.

Il resto della sequenza, Concetta  forse, nemmeno lo immaginò, inghiottendo le lacrime che produceva, copiose, mentre si  precipitava giù per le  scale. Come avesse un incendio alle calcagna.

Era stato l’epilogo di una grande amicizia. Negli anni, il disgusto, si era trasferito anche all’erede della fedifraga Stefania.

Livia mi aveva raccontato la storia che, a distanza di lustri, teneva ancora lontane le protagoniste. Favoriva, invece, gli intrighi delle rispettive rampolle. Complici, furbissime, e divertite.

Molto più semplice, la vicenda del mio incontro con Livia. E, come molti altri avvenimenti di quegli anni, legata all’ambito del lavoro.

Da poco, ero stato trasferito a Roma. Da inviato, in un famoso rotocalco di costume.

L’editore aveva, da poco, acquistato un’altra antica e prestigiosa testata. Dedicata, in origine, ad argomenti scientifici, subì un deciso cambiamento. La nuova gestione ne modificò la testata e vi aggiunse ‘l’automobile’.

Manovra, senza dubbio, azzeccata. In quegli anni le riviste del settore erano poche. Indubbiamente, innumerevoli, i potenziali lettori e, ovvia, la gara per accaparrarseli.

Come i colleghi del settimanale, nel quale ero appena sbarcato, ero stato ‘invitato’ a collaborare con almeno un pezzo al mese, e, molto ben retribuito. Accettai, con entusiasmo.

La presentazione della nuova automobile era prevista per le 10 davanti al mare. Sulla grande terrazza di un antico albergo di Sorrento. Quello di cui tanti anni fa, avrebbe cantato Lucio Dalla.

Avevo fatto colazione in una sala, anch’essa con fascinosa vista sul mare. Eravamo, in tutto, una decina, inviati dalle maggiori testate nazionali.

A Sorrento eravamo arrivati nel pomeriggio precedente. Conferenza stampa, cocktail e cena di gala con i vertici italiani, e un paio di alti dirigenti della grande Casa tedesca.

Sulla terrazza, abbacinati da un sole splendido, trovammo la nuova berlina. Le indiscrezioni ne avevano anticipato, più o meno fedelmente, l’aspetto. Ma i camuffamenti, in gran voga negli Anni 60, non ne avevano svelato i punti più interessanti. Ora finalmente visibili.

Linea senza dubbio interessante, con chiarissimi riferimenti al disegno delle consorelle nate negli States, seconda patria dell’azienda germanica.

Giravamo intorno alla vettura scambiandoci le impressioni, non sempre concordi.

Alcuni di noi, senza esitazione, giudicarono la neonata “lontana dal gusto mediterraneo. Ingombrante, troppe cromature. Pacchiana”.

Le critiche si sprecavano.

Altri, ed io tra di loro, eravamo, invece, d’accordo nel giudicare gradevole la linea della vettura. Soprattutto per la destinazione a una clientela che, per motivi di rappresentanza, non avrebbe mai scelto le automobili nazionali. Allora, confinate in un segmento, desolatamente, economico.

Alle nostre discussioni, si unirono gli addetti alle relazioni pubbliche spiegando come e perché, la Casa avesse optato per la definizione di quel modello.

Nella piccola folla che si muoveva sulla terrazza, il pubblico femminile era sparuto.

Un paio di hostess in minigonna vertiginosa, che offrivano sigarette di una marca famosa, ed Elena, una bella signora dell’ufficio stampa.

In fondo alla terrazza, in disparte, una ragazza bionda con un tailleur scuro.

Sedeva accanto a una rigogliosa pianta di gardenie. Era, evidentemente, a disagio nella piccola folla di persone a lei sconosciute.

Chiamai Angelo, il mio fotografo, “Va’ a vedere se quella fanciulla ti sembra fotogenica e chiedile se le va di farsi riprendere con la nuova automobile”.

Angelo ubbidì. Lo osservai mentre parlava con la donna. Tornò con un’espressione delusa “Fotogenica senza dubbio, ma è talmente timida che per rifiutare l’invito non finiva di balbettare”.

“Se mi assicuri che verrà bene in foto, preparati. Direttore permettendo, la metteremo in copertina o, comunque, di sicuro, nel servizio interno. Vado a chiamare il capo”.

E mi avviai a cercare un telefono.

Dal portiere mi feci passare la linea in una delle cabine della hall.

Il direttore mi lasciò carta bianca: “Purché il soggetto sia notevole. Falla vestire da vamp, daremo più importanza alla vettura e aumenteremo il numero delle tabellari (pagine pubblicitarie n.d.r.) delle quali ovviamente tu parlerai con l’addetto stampa. Fagli balenare la ‘remota quanto difficilissima?, mi raccomando, ‘possibilità di concedergli una copertina’. Fido nella tua arte ammaliatrice”, concluse ridendo.

Tornai sulla terrazza dove stavano servendo lo champagne del vernissage. La nostra timida amica stava ancora all’ombra delle gardenie. Presi due coppe di champagne da un vassoio e mi avvicinai con il mio miglior sorriso. All’epoca, ancora, carta vincente.

“Buongiorno, non partecipa al battesimo della festeggiata? Gli austeri tedeschi ci resterebbero male”, e le porsi la coppa.

La ‘sventurata’ (sto esagerando rifacendomi alla definizione della monaca di Monza e alle avance del corruttore Egidio), avvampò. Notai quanto fosse  bella. Due grandi occhi celesti, viso, bocca, perfetti.

“Lavoro in amministrazione nella sede di Napoli. Sono qui per qualche eventuale necessità. E preferisco stare in disparte”.

Prese delicatamente il bicchiere e si alzò. Notevole.

Assaggiò appena lo champagne e finalmente sorrise scoprendo dei denti bianchissimi. Perfetta mi dissi di nuovo.

“Il mio fotografo le ha proposto delle foto. È d’accordo? I suoi dirigenti ne saranno felici. Ma, sono imperdonabile non mi sono nemmeno presentato. Mi chiamo Enzo e sono inviato di S… e V… Le propongo ufficialmente di posare per la nostra copertina. Conosce la rivista?”

“Sì, certo è famosa, ma non credo di essere all’altezza”.

“Tranquilla, è perfetta, come si chiama?”

“Livia. Ma, non ho nemmeno un abbigliamento adatto”.

È fatta, pensai.

“Il suo tailleur va benissimo ma vedremo di trovare qualcosa che esalti la sua bellezza. Non scappi, torno subito”.

Qui ci vuole un abito da sera ma dove diavolo lo trovo? Intanto lanciamo l’esca.

Mi tuffai nel mucchio intorno alla vettura e mi avvicinai al capo delle relazioni pubbliche.

“Caro Mario ti piacerebbe far bella figura con i tuoi boss?”

“In che senso” mi chiese il PR.

“Avevo previsto sei pagine. Ma ti piacerebbe se, oltre al servizio, ti offrissi qualcosa di grosso. Se il mio il direttore sarà d’accordo?”

“Un paio di pagine in più? Magnifico” rispose Mario con un larghissimo sorriso.

“Sei pagine sono già un’enormità. Sai che nel prossimo numero avremo anche la presentazione della nuova ammiraglia di Casa nostra. Hanno già comprato due pagine di pubblicità per ogni numero, fino al prossimo anno. No. La mia proposta è diversa. Se il mio capo dirà di si, avrai il massimo. L’idea mi è venuta perché ho appena trovato il personaggio adatto. Mario, che ne diresti della copertina?”

“Cavolo, su questa automobile stiamo puntando tutto. Vorremmo fare grandi numeri. Se ci riesci ti nomino commendatore” sorrise e poi, “Sarebbe un colpo fantastico. I crucchi ti firmerebbero un contratto più grosso della Casa nazionale. Pronto a giurarlo. Ma per dirla alla romana ‘Me cojoni’. Mi prendi in giro?”

“Lasciami fare una telefonata. La modella l’ho già trovata e non ti costerà più di un mazzo di rose. Aspettami”.

Mi diressi verso l’interno dell’hotel. Rimasi in un corridoio per nove minuti esatti.

Tornai, quasi di corsa, sulla terrazza. Mario fumava appoggiato alla ringhiera. Gli feci il classico cenno di vittoria. Allargò le braccia trionfante.

“È fatta. Il direttore è d’accordo, ma anche tu devi mantenere la promessa per la pubblicità o mi cacceranno”.

“Oggi stesso ti prenoto dodici interne e altrettante sulla quarta di copertina sulle quali, però, voglio uno sconto. Stringiamoci la mano. Contratto sottoscritto. E la modella?”

“Eccola. La ragazza accanto all’alberello di gardenie. È splendida, però mi serve un abito adatto. Se ben ricordo, Elena, la tua assistente ieri sera aveva un tubino molto bello. La taglia dovrebbe essere simile. Chiedile di farlo indossare alla nostra modella. Si chiama Livia.

E lo lasciai al suo nuovo impegno.

Sembrava che l’abito di Elena le fosse stato confezionato su misura. Livia era splendida. La guardai uscire sulla terrazza con un incedere leggero. Aveva raccolto i capelli in un piccolo chignon e appena ritoccato il trucco, forse con l’aiuto dell’assistente PR della Casa.

“Complimenti. Vedrà quanto saranno belle le foto” le dissi provocandole un immediato rossore che sconfisse il leggero strato di fard.

Alla mia ammirazione si unì quella di Angelo.

“Perfetta, perfetta Enzo. Altro che modelle professioniste. Hai avuto un buon occhio. E adesso diamoci da fare. Venga Livia, proviamo qualche posa e non sia timida. Adesso sgombreremo il campo, se il nostro amico Mario ci darà una mano”. E fece un gesto eloquente al PR che si diresse verso il gruppetto degli astanti indirizzandoli verso il lato opposto della terrazza, in modo da lasciarci da soli intorno alla vettura.

Angelo fece sedere Livia sul cofano dell’automobile, e cominciò ad armeggiare con il Lunasix, il suo esposimetro professionale, per misurare la luce e valutarne i riflessi fastidiosi da eliminare.

Era il momento di fare il regista.

“Livia, si giri, appena verso di noi, così avrà la luce diffusa e potrà tenere i suoi begli occhi tutti aperti sfoggiando tutto il loro azzurro”.

Angelo provò ancora a sfiorarle il viso con l’esposimetro. Regolò qualcosa sull’apparecchio e lo fece scorrere lungo il corpo della ragazza, leggendo le ovvie differenze di rilevazione, mentre passava dal nero dell’abito all’abbronzatura delle gambe.

Poi, si allontanò di qualche metro e diede il via al motorino di una delle sue macchine, una Nikon, che scattò una decina di foto. Nel frattempo il suo assistente stava preparando una grossa Hasseblad e un paio flash con relativi padiglioni ad ombrello, per schiarire eventuali ombre.

“Aspetta Angelo, mettiamo appena più in vista le gambe” suggerii, “Una più allungata verso il basso. E lei, Livia, pieghi leggermente la schiena all’indietro. Così, perfetto. Angelo usa l’Hasseblad e anche il flash per schiarire, c’è un po’ troppo nero”.

Angelo e Livia eseguirono. Sembrava avessero già lavorato insieme. Mi piaceva il rumore dello scatto e dell’avvolgitore della pellicola dell’Hasseblad. Ma volevo ancora qualcosa di diverso.

“Livia si spinga ancora più indietro sul cofano. Accavalli le gambe, ne scopra ancora qualche centimetro. Appoggi la mano destra sulle ginocchia in modo che le dita sfiorino l’orlo del vestito. Proviamo?”

Andammo avanti per parecchio e Angelo impiegò molti rulli. Per cambiare inquadratura, si fece portare una scala. Vi si arrampicò per riprendere la scena dall’alto.

Per valutare l’effetto di ogni nuova posa, mi chiese di scattare, più o meno, sulla stessa inquadratura, delle foto con una grossa Polaroid che sfornava immediatamente immagini positive.

Le guardammo attentamente. Per la copertina, a quanto pare, avevamo tutto.

“Livia è stata bravissima. Adesso, ancora qualche foto mentre sta al volante, e poi la lasceremo libera”.

Angelo si dava da fare, ne profittai per parlare con il PR che era stato spettatore, con evidente soddisfazione.

“Mi auguro che farai un bel regalo a questa bellissima modella. Fa parte del contratto”.

Sorrisi.

“Ovvio. Chiederò consiglio ad Elena, per non rischiare una magra”.

La giornata del vernissage si concluse appena dopo il pranzo. Una breve sosta in camera per lavarmi i denti e chiudere il borsone. Raggiunsi il resto della compagnia nella hall.

Mario stava dando le ultime istruzioni al gruppo degli addetti, arrivati dalla Germania. Poi tornò dalla nostra parte:

“Ragazzi il pullman per Capodichino è pronto, vogliamo andare?”

“Dottore, se le fa piacere, mi piacerebbe accompagnarla in aeroporto. Si fida?”

Era Livia, arrivata silenziosamente alle mie spalle. Mi girai, indossava, di nuovo, il tailleur nero.

“Ma certo che mi fido. Un invito così è il massimo che si possa sognare!” esagerai sorridendo. “Grazie Livia. Sono lusingato. Se vuole, possiamo andare”.

Feci un cenno eloquente a Mario che ‘incassò’, e seguii la ragazza sul piazzale dell’hotel.

Ovviamente guidava una vettura della Casa:

“È personale” puntualizzò, subito, Livia. “Sentirà che usa il mio stesso profumo”. Sorrise.

Guidava con invidiabile scioltezza nel traffico, decisamente ‘fuori ordinanza’ della estrosa città partenopea.

Arrivammo in aeroporto prima del pullman della comitiva. Livia parcheggiò. “Le farò compagnia fino all’imbarco. Se non le dà fastidio, ovviamente”.

Restammo a parlare fino all’arrivo dei miei colleghi.

“Le lascio un mio biglietto. Solo un momento per aggiungere il numero telefonico di casa”.

Lo scrissi e “Se ne avrà voglia mi chiami. Non ci sono limiti d’orario. Magari per annunciarmi una scappata a Roma. Avrà capito che sarò felice di rivederla”.

Mi porse la mano da stringere. La presi con dolcezza, me la portai alle labbra, e la baciai.

Avvampò. Rimase in silenzio ma il suo sguardo mi confermò la certezza di una promessa. Ci sorridemmo, e mi avviai a ritirare la carta d’imbarco.

Era stato l’inizio di una relazione molto bella.

Livia veniva a Roma, quasi regolarmente, ogni due settimane. Accumulava i riposi e restava con me quattro giorni. Li passavamo quasi tutti a casa. Senza annoiarci. Mai.

Nel tempo rimanente, lunghe passeggiate per il centro e in conclusione, quasi sempre uno spuntino con ostriche, in via Veneto, al ‘Cafè de Paris’, serviti dallo storico barman, Marcello.

O una cena, piuttosto impegnativa, appena dopo l’angolo, in via Ludovisi. Quasi di fronte alla redazione del mio giornale, all’Elefante bianco. Famoso, gestito dall’amico Valentino. Già barman dell’Harry’s bar e proprietario del raffinatissimo ‘Le coque d’or’, a Ponte Milvio.

Qualche volta, ci concedevamo una cena al mare. A Fiumicino, in un famoso ristorante sul molo.

Era andata avanti, così, per qualche mese. Poi la richiesta di Livia per una mia trasferta a Napoli. Non potevo più rifiutare.

Ci andai. Scesi all’Hotel Vesuvio, misi la macchina in un garage lì vicino. Livia mi aspettava. Più bella che mai. Mi portò in giro senza meta, a far conoscenza della città.

Volevo acquistare una macchina fotografica da qualche contrabbandiere. Livia ne conosceva uno, fidato.

E anche molto simpatico. Mi mostrò un bell’assortimento di apparecchi di marche famose. Avevo già una Nikon. Mi serviva una macchina a specchio fisso che scattasse silenziosamente. Scelsi la Canon Pellix con un corredo di grandangolo, tele e filtri vari. Il prezzo, fu più allettante di quanto avessi immaginato.

Andammo a mangiare una pizza, poi il giro continuò fino al tardo pomeriggio.

“Livia non voglio perdere nemmeno un minuto. Sono felicissimo di averti accanto. Andiamo in hotel per qualche ora prima di cena?”

Livia mi guardò con evidente disappunto.

“Anch’io ho una gran voglia di te. Ma non me la sento di andare in albergo. Ti sembrerò antiquata. Mi costerebbe troppo”.

“Ma vivi con tua madre. E quindi?”

“Ci sarebbe, forse, un’occasione da sfruttare” e si illuminò con uno splendido sorriso, “qui vicino c’è l’appartamento in cui andranno ad abitare mia sorella Anna e suo marito. Si sono appena sposati. Te ne avevo parlato. Sono ancora in viaggio di nozze, torneranno martedì prossimo. Io ho la chiave”. Frugò nella borsa ed esibì un portachiavi griffato.

“Magnifico! Vogliamo perdere altro tempo?” E l’abbracciai.

L’appartamento degli sposini era, davvero, a due passi.

Palazzo Anni 40, architettura della buona borghesia, un grande portone bugnato, niente custode. L’ascensore, di gran classe: porte a vetri e cancelletto in ferro battuto, ma lentissimo, ci portò al quarto piano.

Livia aprì e mi precedette. Si diresse in camera da letto:

“Non voglio apparire sfacciata. Ma non voglio spostare nulla nelle altre stanze”.

La seguii. Non perdemmo tempo. La voglia era evidente. Gli abiti cominciarono a finire sulle poltroncine ai lati del letto sul quale spiccava il materasso ancora protetto da un bustone di plastica.

La frenesia stava procedendo velocemente. Livia era emersa dalla camicetta. Si era già liberata dal reggiseno, e io stavo armeggiando sulla lampo della gonna.

Il campanello della porta ci colse di sorpresa, e ci gelò.

“Dio mio chi sarà mai? Non certo mia sorella”. Si rimise solo la camicetta, infilò il reggiseno in un cassetto del comò e, ad alta voce: “Chi è? Un momento”. A me sussurrò “Nasconditi. Prova nel ‘Quattro stagioni’. Ho paura, ti prego. Momento, arrivo”. E aprì uno degli sportelli dell’armadio.

L’ultimo, il più lontano dall’ingresso della camera e, per fortuna semivuoto. “Presto” implorò e si diresse all’ingresso.

“Che bella sorpresa, zia Pupella. Ero venuta a vedere se c’era da mettere a posto qualcosa, prima che Anna ritorni. Le farò trovare tutto pronto, così si sentiranno a loro agio. Ma tu come mai sei venuta?”

“Passavo, e ho visto una finestra illuminata. Credevo che gli sposini fossero tornati e volevo salutarli. Visto che sono qui, fammi vedere come hanno sistemato l’appartamento”.

La voce di zia Pupella mi arrivava forte e chiara. Quasi accartocciato, per rientrare nel vano basso del ‘Quattro stagioni’, ero preoccupato per l’eventuale ‘scoperta’, durante il sopralluogo nell’appartamento, e per una continua compulsione, di risate e starnuti. Le prime per la situazione grottesca, da purissima commedia dell’arte, i secondi per l’odore della naftalina che, da sempre, mi provoca allergia.

“Bello questo arredamento” elogiava la zia seguendo Livia che illustrava il percorso come fosse l’addetta di un museo.
“Mi piacciono i colori”, continuava Pupella, “Vediamo come hanno sistemato il ‘nido d’amore’” ironizzò a voce ancora più squillante.

Irruppe in camera da letto. Intuivo che Livia si stesse frapponendo tra la visitatrice curiosa e la zona da interdire. Frenavo, a stento, gli stimoli di starnuti e faticavo, rischiando di spezzarmi le unghie, a mantenere appena socchiuso lo sportello del ‘Quattro stagioni’, per concedermi di respirare.

“Bello, mi piace pure il letto. È di quelli che nascondono una specie di cassettone, tanto comodo per temerci la biancheria? Bella anche la spalliera ma devi prepararglielo per la prima notte in casa nuova. Vuoi che ti aiuti a togliere la plastica?”

“No zia, grazie. Lo farò magari domani. Sta’ tranquilla”.

“Proprio bello questo ‘Quattro stagioni’. Ci va dentro una casa. Ma Anna ci ha già messo i vestiti?”

Sentivo che stava aprendo gli sportelli. Ad uno ad uno. La mia tensione era al massimo. Respiravo a fatica e la postura, vista la mia statura, abbondantemente superiore alla media, era al massimo dell’intollerabile.

Non sapevo quanto avrei resistito. Né immaginavo, che cosa sarebbe accaduto se la ‘zietta’ mi avesse scoperto.

L’odore della naftalina sembrava crescere, al contrario della mia sopportazione. Sempre più forte il bruciore in gola, e la voglia irrefrenabile di starnutire.

Riuscii ad aumentare, di qualche centimetro, il briciolo di scostamento dello sportello per tentare una, improbabile, migliore respirazione.

Livia parlava, con voce quasi strozzata:

“Non credo abbia già trasferito tutto il suo guardaroba. Solo pochi abiti. Ma non profaniamo i suoi segreti! Meglio non farle sapere che sei stata qui. È gelosissima delle sue cose, e non vuole che alcuno frequenti questo appartamento prima di lei”.

“Sì, lo so che soreta è nu poco strana. Non dirò niente”.

“Mi raccomando la discrezione zietta cara. Ora chiudo bene tutto, poi faccio un altro controllo dei rubinetti di cucina, bagno e lavanderia, e torno a casa”.

Mi lusingai che stesse spingendola verso l’uscita.

Indovinai.

Il saluto, scambiato ad alto volume, dalle protagoniste, me lo confermò. Lo schiocco della serratura della porta d’ingresso mi liberò, finalmente, dalla prigionia.

Come era prevedibile l’dea del sesso era svanita.

Ridendo dello scampato pericolo, lasciammo, in fretta, l’appartamento del brivido.

Ci soccorsero il ricordo della suspense, e del grottesco.

L’indomani ci separammo, ridendo, e col suggello di un minimo concorso di lacrime.

L’esperienza del ‘Quattro stagioni’ occupa, ancora, un posto d’onore nella mia memoria. Come quel breve amore.

Livia, tornò, nuovamente, a trovarmi.

Piuttosto spesso. Troppo.

L’ultima visita coincise con una strana eventualità.

Per spiegarla serve scandagliare l’antefatto.

Cesare, il caporedattore del settimanale, di pochi anni più anziano ma, con più invidiabile esperienza, cultura, e un passato avventuroso, ricco di un passaggio nella Legione Straniera, era afflitto da una simpatica peculiarità.

Per quanto abbastanza gradevole fisicamente, generoso e di ottima affabulazione, aveva gravissimi problemi nei rapporti con il ‘gentil sesso’.

Si impegnava al massimo ma, come usa dire in gergo ‘non quagliava mai’.

Aiutarlo, quando possibile, toccava al sottoscritto. Al contrario, chissà perché, molto più fortunato negli approcci.

Livia era appena arrivata e, come da manuale, aveva preteso un immediato impegno nella mia alcova. Da qualche tempo non ne ero più entusiasta. La vicenda stava vivendo un momento topico. Squillò il telefono.

“Lascialo perdere” ansimò Livia.

Immaginai una possibile uscita d’emergenza: “Non posso. Magari mi chiamano dal giornale”.

Presi la cornetta. Era Cesare: “Devi venire subito al Cafè de Paris. Ho agganciato due americane. Notevoli. Gli ho parlato di te e sono ansiose di conoscerti. Vieni subito o, come al solito, mi pianteranno. Ti prego”.

Letteralmente, implorava.

“Sono impegnato, Direttore” (mentii, ad uso di Livia, ovviamente). “Ma se è urgente, ci vedremo tra mezz’ora” e riattaccai.
“Livia, amore, a quanto pare c’è un servizio urgente. Dovrò partire. Ne saprò di più in redazione. Ti porto da Adele, poi ti farò sapere. Mi spiace molto, rivestiti”.

Andò esattamente così. Livia non fece mistero del disappunto. Io, vergognosamente, mostrai uguale dispiacere.

L’incontro, a via Veneto, con Cesare e le sue ospiti, fece precipitare le cose.

Le ‘statunitensi’ erano davvero interessanti. Una bionda, l’altra bruna. Ambedue alte, gambe chilometriche e il resto della dotazione tanto perfetto da innalzare un inno di ringraziamento al creatore. Chiunque fosse stato.

“Questo è Enzo” mi presentò trionfante Cesare.

Le due valchirie, Shirley, la bionda, Margaret la bruna. Si qualificarono: rispettivamente, regista e ricercatrice di locations, per un serial televisivo, di prossima produzione, in Italia.

Feci un cenno a Cesare che intuì come gli fosse toccata in sorte la bella Margaret. Io avevo scelto Shirley. Mi sembrava molto più intrigante.

Scendemmo nel piano-bar dell’Hotel Savoy, nella via lì accanto. Lo frequentavamo quasi regolarmente. Dirimpettaio della nostra redazione e dotato di Manuel, un ottimo e simpaticissimo piano/chitarrista.

Il passaggio dal Savoy era indispensabile per favorire la classica ‘liquefazione del ghiaccio’, e avviare Cesare in dirittura di conquista.

Sapevo che il mio amico fidava nel concorso di generosi beveraggi, per ammorbidire l’eventuale resistenza dell’affascinante yankee. La serata cominciò come da preventivo. Almeno sino a un certo punto.

Anche a cena in un ristorantino sull’Appia antica. Margaret, si dimostrò ottima degustatrice di alcolici. Come era accaduto, con la sequela dei Martini secchi, al Savoy, fece onore al vino che Cesare, premuroso, rabboccava continuamente, nel suo calice.

Ma, apparentemente, non accusava alcun cedimento.

Un’italiana sarebbe già scivolata sotto il tavolo. L’americana era saldamente ritta e, nemmeno, accennava a stolide risatine da inizio sbornia. Shirley, al contrario aveva bevuto pochissimo ma, senza dubbio, era già tutta dalla mia parte.

“Perché non andiamo da te. Dalla terrazza potrai offrirgli l’esclusiva vista di Piazza di Spagna” proposi a Cesare che, un anno prima, miracolosamente, era riuscito ad accaparrarsi un piccolo superattico in via ‘Del Babuino’, con vista su una delle piazze più famose del mondo.

“Terrazza su Piazza di Spagna?” esclamò, incredula, Shirley.

“Certo. È casa mia” confermò orgogliosamente Cesare, e già pregustava una notte da tramandare ai posteri.

Ovviamente, i dialoghi si svolgevano in inglese. Io, a quei tempi, lo masticavo abbastanza bene. Cesare, lo parlava correntemente, insieme a francese e spagnolo.

“Dobbiamo per forza usare due automobili”, puntualizzò. “Ci vedremo a casa”.

Affacciate su via ‘Del Babuino’ le ragazze erano estasiate. Shirley si rifugiò nelle mie braccia. Poi cominciò a baciarmi. Dolcemente, nascose la testa sul mio petto.

Ne profittai per guardare lo stato dell’arte di Cesare e Margaret. Mi venne da ridere. Margaret si beava del panorama, lui parlava senza posa con una delle sue solite puzzolenti Gauloises fra le dita.

Il corso della storia, quella del mio amico, intendo, si ripeteva come da manuale: “Cesare, noi andiamo, vi lasciamo liberi” gli dissi in inglese “Ok Shirley?”

“Sììììììì” approvò, in italiano. Felice della scelta.

A quel punto, tra le due amiche si animò un velocissimo, incomprensibile (almeno per me) animatissimo, dialogo. Margaret, non avevo dubbi, non era entusiasta della svolta della serata. Ma, non mi sembrava temesse di restare da sola con Cesare. Lo aveva sicuramente giudicato un gentiluomo, che non sarebbe mai diventato violento.

Saluti precipitosi e mano nella mano, giù per le antiche scale. In quel palazzo ottocentesco l’ascensore era ancora da inventare.

Accadde che da quella sera, io e Shirley non uscimmo più da casa. Per due interessantissimi giorni.

Cesare e Margaret ci telefonarono spesso.

E, per quanto discreti, non fu difficile intuire che le loro giornate erano state ricche di visite a chiese, musei e ristoranti. Di alcove, nessuno dei due fece mai cenno.

Le due amiche partirono per Firenze. Cesare era quasi in gramaglie. Mi confessò di aver ottenuto giusto qualche momento di petting, ma nulla di più. Mi dispiacque molto.

Poi uno dei miei colpi di genio. Che spesso risolvevano situazioni disperate. Fui bravissimo a costruirne, immediatamente, la sceneggiatura. Per un esito meno doloroso possibile.

“Cesare, so che ti piace molto la mia Livia. Sono disposto a privarmene: in tuo favore. Che ne dici?”

“Me cojoni?”

“Nemmeno per sogno. Sai che domani sarei comunque partito per Bruxelles. Le scriverò che ‘il giornale mi spedisce molto più lontano e, per un lungo periodo, non tornerò in Italia. Non voglio che tu ne soffra. So che Cesare sarebbe felice di starti vicino’.
Tu inventerai tutta una storia sul mio trasferimento, ma lascerai intuire che, sotto, sotto, forse c’è un’altra tresca. Lei è romantica. Di sicuro piangerà. Ma, da buona napoletana, tenterà di reagire. E qui entra in ballo la tua capacità di affabulatore.
Lascia da parte le Gauloises che puzzano. Sostituiscile con le HB. Quelle che fumo io e che ho fatto scegliere anche a Livia. Le darai la lettera, e una rosa.
‘So che è il tuo fiore preferito’ le dirai, ‘Sono innamorato di te. Sin da quanto Enzo ci ha presentati…’ e così via. Sei bravo a trovare belle parole. Che ne dici?”

“Credi che possa funzionare?” Cesare mi guardava come avesse visto un fantasma.

“Penso di sì. Ma devi giocartela bene. Ora ti do il telefono di Adele, l’amica che la ospita. Livia sicuramente sarà infuriata. Non l’ho chiamata, e da due giorni, non ho più risposto al telefono. Stasera deve rientrare a Napoli. Di solito con il rapido delle 17. Chiamala subito e dille che devi darle una lettera. Di sicuro, ti chiederà di incontrarla alla stazione. Assecondala. E VAI”!

Scrissi una lettera strappalacrime ma anche abbastanza cinica, per farmi odiare. La lessi a Cesare, perché sapesse come muoversi, poi la misi in una busta che sigillai.

L’indomani, come da programma, partii per Bruxelles. Per dei servizi su una sorta di ‘esposizione di cose straordinarie’, ci sarei rimasto per un’intera settimana.

Dal Belgio, il secondo giorno, conclusa la ‘fissa’ (in gergo la telefonata quotidiana al Direttore), chiamai Cesare.

“Come è andata con Livia. Sei già innamorato?”

“Mi hai giocato davvero un bel tiro. Ci siamo incontrati in stazione. L’ho accompagnata al treno mentre leggeva la tua lettera. Un dramma. Una tragedia”. E Cesare cambiò tono: “Ha cominciato a singhiozzare. Non finiva più. Ci guardavano tutti. Qualcuno mi ha anche insultato. Era disperata.
Non potevo lasciarla così. La seguii fino al suo scompartimento. Cercavo di consolarla. Mi dispiaceva, proprio, lasciarla. E rimasi.
Il treno partì, pagai il biglietto con la multa. Fino a Napoli Centrale. Ogni tentativo di riparazione fu inutile. Appena arrivati, Livia mi piantò, e corse via. Senza nemmeno accettare il mio saluto.
Che figura. Ho preso il primo treno per rientrare. Debbo ancora riprendermi.
Ma che cazzo”.

Gamy Moore
Follow me
Latest posts by Gamy Moore (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *