di Enzo Buscemi

 

Una serata calda alla vigilia delle vacanze. Le amiche percorrevano con passo calmo la grande piazza. Intorno poca gente. Venditori di cianfrusaglie e i soliti ritrattisti di strada. Pochi i visitatori, tutti affascinati dalla incredibile, secolare, fontana, famosa nel mondo.

Il chiromante stava dietro il suo piccolo desco. Niente più che uno sgabello da mare, a reggere una tavoletta coperta da un panno nero. Due mazzi di carte. Uno da tarocchi e un altro, ancora più consunto, se possibile, da poker, i suoi unici accessori. Due sgabelli, appena più bassi di quello che fungeva da tavolo, arredavano il misero angolo del negromante, contemplato con evidente adorazione da un cane e da un gatto. Due belle bestie, allungate su un tappeto, lindo, dal pelo spesso.

Le amiche decisero che avrebbero chiesto anticipazioni sul loro futuro.
Scettiche quanto bastava ma, in fondo, timorose di essersi accostate al dicitore di misteri.

“Non potrò essere assolutamente preciso sul futuro” si giustificò, in partenza, l’uomo “ma posso dirvi, con buona certezza, quanto vi frulla per la testa. Sedete, vi prego e appoggiate una mano, ben distesa, qui, sul tavolo”.

“La destra o la sinistra” dissero quasi all’unisono le amiche.

“Non importa. È sempre una delle vostre mani. Cosa volete che possa cambiare” le rassicurò l’uomo fissandole con piccoli occhi scurissimi.

Si erano sedute, e le mani già stavano a palmo in su.

L’uomo non smetteva di fissarle, e anche loro lo guardarono. Nella penombra un’anemica lama di luce ne delineava il profilo tagliente. Niente di particolare. Un viso come tanti. Ma la luce radente ne scavava i tratti più tormentati, e frugava tra le tante piccole rughe intorno agli occhi, ai lati del naso e della bocca. Le rughe, o forse una sorta di pieghe nella pelle avvizzita del collo, sembravano tratteggiate da un pennarello a mina sottile. E le righe bianche sul fondo dei solchi abbronzati, mimavano le sottili reti di vie, peculiari delle mappe in scala ridotta. Le labbra sottili, il mento e il naso sporgenti, radi i capelli. E quelli superstiti, lunghi, molto sottili e grassi si muovevano sul colletto liso della camicia, inaspettatamente candida. Sotto le sopracciglia appena accennate, pupille evidentemente magiche, se capaci di catturare e amplificare la scarsissima luce della piazza, tanto da brillare come il fuoco di un laser.

Le amiche erano già pentite di aver accettato di sedere davanti al chiromante. Ma inconsciamente ne subivano la strana influenza. Tutta la piazza e l’altra gente, intorno, non la sentivano più. Erano costrette a fissarlo, come lui le fissava, studiandole.

Le donne relativamente giovani, coetanee, sui 40, erano molto diverse.

Bionda quella che sedeva a destra, piuttosto piccola, ben fatta, i capelli quasi a sfiorarle le spalle. Grandi occhi celesti.

L’altra, molto bruna, più alta, capelli nerissimi legati dietro la nuca in una coda. Lunghe le mani, e affusolate.

L’uomo, mentre le fissava, estrasse da sotto il tavolo un accessorio insolito per il suo desco essenziale. Un blocco di carta da note, rilegato in pelle. Di certo costosissimo.

Prevenne lo stupore delle due donne:

“È un mio vezzo” puntualizzò “Scrivo ogni cosa che dico. E, s’intende, il resoconto sarà vostro”.

Poi lanciò uno sguardo nemmeno molto attento sulle loro mani aperte.

“Carattere molto volitivo” disse alla bionda “Potrebbe essere da ariete” mormorò quasi tra sé, mentre la mano, armata di una grossa penna stilografica, già scorreva sul primo foglio del blocco.

Le donne non riuscivano a vedere che cosa stesse scrivendo. Ma la penna scorreva veloce.

“Sì, da ariete. Ma con una peculiarità che lo rende divertente oltre che forte. Vita complicata. Faticosa, direi, ma certo interessante e diversa ogni giorno. È uno strano contesto di lavoro, di amicizie, di vita comune insomma, che non è attività professionale, ma ugualmente lo è. Un ragionamento contorto. Ma spero mi capisca”, si giustificò.

“Lei è diversa” disse alla bruna. “Si certo, ha grinta, ma è piena di timori. Dio mio come è diffidente. O forse è solo insicura, e teme di scoprirsi troppo e subire?

Lei invece”, adesso parlava alla bionda “Non va facilmente al tappeto. Credo si spezzi spesso le unghie. Ma alla fine arriva dove vuole. La vita non è semplice ragazze mie. E la voglia di fare se non è sostenuta dalla certezza di riuscire, non serve a nulla. Così lei va alla guerra da sola, e si diverte. Mentre lei”, e si rivolgeva di nuovo alla bruna “aspetta che le preparino il piano di battaglia. Poi la guerra la vince. Ma teme di sbagliare. Così si trincera dietro uno schermo robusto: si isola dal resto e si sente reietta. Curioso questo termine”, sorrise a se stesso l’indovino, continuando a scrivere sul blocco, “ma mi dà la esatta sensazione di quanto voglia dirle. Lei, bella signora, sta sempre in difesa e si atteggia a dura. Ritiene così di mettere in difficoltà il prossimo che, secondo lei, sarà costretto ad accontentarla. Errore, errore gravissimo, attendere che sia sempre un altro a catalizzare la nostra vita nel bene e nel male. Secondo me, lei vive del passato. È appena uscita da una sbornia di vita facile, e teme scontri cruenti. Sente la mancanza di una figura che dallo sfondo la protegga. Forse ammirava suo padre, il suo primo paladino. Forse qualcuno, di recente, l’ha terribilmente delusa “.

E si girò d’improvviso verso la bionda “Lei invece sopporta bene i colpi della vita, cara ragazza. Difficile frustrarla. Quando tutto sembrerebbe perduto, inventa gli espedienti più strani, e ricomincia. Di sicuro, la soccorre la sua capacità a isolarsi dalle fatiche di ogni giorno, e mettere insieme amici che le danno affetto e compagnia. Un modo come un altro per dimenticare. Lei, la depressione, patologia oggi tanto di moda, non la teme. Riesce a chiudere, in tempo, le porte stagne. Soffre, certo che soffre. Ma resiste e va avanti.

Lei no, bella signora bruna. Si chiude in quello che crede uno splendido isolamento (quasi come fecero, ricorda, la regina Vittoria quando proclamò una sorta di autarchia politica o, addirittura, l’Italia povera degli Anni 40, che di isolamento quasi morì), ma per lei è diverso. Se guardo nei suoi occhi (no, non si chieda perché io non percorra, con le dita, le linee della sua mano. Proprio non mi serve), sento che ha ansia di vivere e tanta voglia d’affetto. Scoraggia, però, chi potrebbe offrirglielo, ma lo pretende ugualmente. Quasi fosse obbligatorio, per legge, che tutti la coccolino. E, nel frattempo, lei freddamente osserva e valuta quanto le convenga prendere. Ho ragione, vero? No, non dica nulla. Ha già risposto. Vedo che fa e disfà la sua povera coda di cavallo. Tormenta i capelli: li mette a posto e li scompiglia, poi ricomincia. Sa come si chiama codesto atteggiamento? “Rito ricorrente”. Sì, la definizione è di Freud, e io la prendo in prestito. Può manifestarsi in tanti modi. Ha certo visto qualche sua amica raccogliere un capello cadutole sui vestiti, annodarlo e rimetterlo dove lo aveva preso poco prima? O addirittura passarsi una mano tra i capelli, fino a trovarne uno malfermo, da strappare, e annodare. Ma, prima di metterlo via, con fare volutamente distratto, lo passa davanti alle labbra per gratificarlo con un bacio. Sì, rito ricorrente, che strana definizione. La conosceva? E lei, ragazza bionda, mi dica è vero? Si comporta sempre così la sua amica. O mi sbaglio? No, non credo.

Anch’io, confesso, soffro per tempi grami. Vedendo come vivo vi sembrerebbe ovvio indovinarne le cause. Ma vi sbagliereste. Torno a voi.

Lei bionda non ha riti ricorrenti. È troppo impegnata a risolvere problemi assillanti, per lasciarsi coinvolgere dai nervi. Ma le sue depressioni, sia pure debellate sul nascere, anche se con fatica, certo le avrà. Sarei curioso di conoscere il metodo che ognuna di voi usa per uscire dai momenti difficili”.

Sorrise, ancora, l’uomo senza che le sue dita smettessero, un solo momento, di scrivere. Velocissime.

“Voglio rivelarvi un segreto senza farvi pagare di più. Stasera offre il mio povero cervello, più tormentato del solito. Lui quando è in crisi, o, quando ambasce lo assillano, ricorre a un rito magico. Provate anche voi a celebrarlo con me. Quando la cappa incombe, è categorico interessarsi alla prima facezia che vi viene in mente. Proprio come ci si concede tra amici.

E ora (come si direbbe nel gergo della giurisprudenza) ‘nella fattispecie’, rispolvero un ricordo. Parte da un biglietto ritrovato nei giorni scorsi. È datato ‘Milano’, un mercoledì 11 luglio, di chissà quanti anni addietro. Me lo aveva scritto un vecchio amico, abitualmente burlone:

““Amabile fanciullo (bontà sua, già allora), in occasione di…………..”. (non ricordo più a che cosa alludessero quei puntini,” ci vedremo a casa di Veronica” (e poi, tra virgolette) “Amo lo svagato deambulare attraverso la vita. Il suo lasciarsi prendere dal fascino delle cose più impensate ‘’’’.

Seguivano i saluti e la firma. Conoscendo il personaggio, ne intravedo, oggi più di allora, la ricerca (che lui non avrebbe mai ammesso), di un rifugio per la sua anima in crisi. Ma lui attribuiva, comunque, il suo momento di debolezza, alla probabile responsabilità di quella frase, acchiappata chissà dove.

Un bel ricordo, signore mie, che fa intuire un sistema facile per ignorare quanto invada e rattristi i nostri pensieri.

Per alcuni, il mio rifugio può apparire agognato, ma ugualmente temibile. Comunque, un’ottima via di fuga a disposizione di chi abbia quanto basta di cervello attivo.

Una visita estemporanea, in un qualsiasi mercatino di idee. Mercanzia capace di mettere in minoranza la parte giusta di ognuno: quella che si duole del troppo tempo dedicato al nulla, anche se dorato, e del timore del poco che ne rimane per conoscere. Non certo pura filosofia, dando al termine la squisita concezione scolastica. No. Piuttosto uno dei momenti ricorrenti di verità. Un confronto continuo con i ricordi sempre più numerosi, meno lucidi, ma col passare del tempo, sempre più compiacenti.

Motivi di vita, riscoperti ogni giorno più complessi, più sofferti e più amati. Momenti che sarebbe stupendo rivelare a chi fosse veramente in grado di capire. Io, certe volte rischio. Come adesso. E amo rivelare anche i miei amori sempreverdi.

Quello per i familiari, in maggioranza ahimè solo un ricordo. Quello originariamente sconosciuto, per i figli, il più nuovo, ma diventato immenso e morboso. Poi l’amicizia: grande e raro amore di sempre. Unico amore che non soffra dei distacchi e dei silenzi. E ancora, la dolcezza per questi piccoli animali”, e l’uomo guardò con amore il cane e il gatto che non smettevano mai di seguire ogni sua parola e movimento, “queste e altre simili creature che mi sono vissute accanto, una dopo l’altra, in vite che per loro destino naturale, sono passate più velocemente della mia. Creature che ho sempre cercato di rendere felici. Il più possibile.

E non dimentico certo le decine e decine di incontri. Molti belli e pieni di passione. Alcuni solo turbini di sesso. Ma tutti, tranne due o tre, come sorta di riti praticamente simili, con un epilogo scontato e con tracce assolutamente labili perché, da ambo le parti, credo che l’anima fosse quasi sempre latitante.

Amori sempreverdi, vi dicevo prima. Ragioni di vita, che la vita stessa mira a vanificare, negandoti spesso il modo di viverle a fondo. Ma se hai personalità, quando questa specie di annullamento ti colpisce, riesci ugualmente a batterlo.

La rivolta è facile. Ti guardi dentro e amministri le tue immense ricchezze. Fai fruttare ciò che resta di studi e letture. Miliardi di parole, tra le quali, se sei attento, riesci a scegliere solo le più semplici ed efficaci. Miriadi di sfumature, selezionate guardando le cose più brutte, trasfigurate e rese belle per inventare colori naturalmente inesistenti, ma rigorosamente tuoi. Ondate di musica, memorizzate per caso, che ti servono a comporre sinfonie meravigliose e sicuramente esclusive. E il tutto, mie belle, preoccupate signore, condensato, lo sapete bene, in un solo battito di palpebre. Basta soltanto “deambulare”, per dirla con il vecchio amico burlone, “nel mercatino segreto delle idee”. Qualche acquisto di valore, come spesso capita, lo farete certamente. Avrete modo e voglia. Quindi bando alle malinconie. Cercate un dialogo fruttuoso con voi stesse o con chi può darvi qualcosa di bello in regalo. Parola dopo parola, dolcezza dopo dolcezza, e il patrimonio diventa via, via più imponente. Certo non è semplice, uscendo dal mercatino giusto, valutare le offerte di un venditore di idee diverse dalle vostre. Potreste anche trovare qualcuno che si protegga con uno schermo ancora più spesso. Ma cercare non è difficile come sembra”.

Le amiche lo seguivano rapite. Si scambiarono uno sguardo indeciso. Tenevano ancora le palme verso l’alto sul panno del tavolo e sentivano che il braccio si era intorpidito.

“Potete togliere le mani”, le mise a loro agio l’uomo che armeggiava sul blocco – ormai coperto da caratteri piccolissimi e illeggibili – come per far seccare l’inchiostro. E a quel punto, si rivolse alle donne, e rivelò:

“Confesso. Questo è il mio rito ricorrente”. Staccò con cura il foglio, lo piegò in quattro e lo consegnò alla bionda. “Avrete molto da leggere e da meditare su quanto abbiamo detto”.

Sorrise. Dispensò con grande tenerezza e, in parti uguali, carezze al cane e al gatto che, grati, sorridendo a loro modo, socchiusero gli occhi. Poi si rivolse alle amiche che stavano già frugando nelle borse.

“No, avevo già detto che stasera avrebbe offerto il mio cervello malato. È stato un bell’incontro. Forse anche un acquisto fortunato. Il mercatino oggi era abbastanza ricco. Ho trovato qualche buon pezzo anch’io. Non avete parlato. È vero, ma non sempre servono parole. Buonanotte”.

E cominciò a smontare il desco. I suoi due amici capirono che era ora di tornare a casa e gli si misero accanto. Lui ripiegò con cura il tappeto che li aveva tiepidamente accolti, e lo stipò, con il resto, in una grande sacca da marinaio, che si caricò in spalla. Cane e gatto con la coda ritta, felici, gli si accodarono e l’uomo si avviò verso un vicolo, in fondo, nel buio.

Piazza Navona era ormai quasi deserta, e lui fu un tutt’uno con l’oscurità.

Le amiche non seppero nemmeno rispondere alla sua buonanotte. Forse, un altro giorno avrebbero cercato un altro mercatino delle idee. Ora avevano da mettere in ordine i tanti pezzi appena acquistati. Ma mentre uscivano dalla grande piazza, non resistettero alla curiosità.

Sotto il primo lampione spiegarono il foglio con il resoconto della lunga conversazione. Dovettero aguzzare lo sguardo.

Le righe erano tantissime e perfettamente allineate. Ma non riuscivano a leggere nulla di quanto l’uomo aveva scritto. Misero il foglio ancora più a favore della luce e riprovarono. Inutile.

Si guardarono stupite negli occhi. Sempre più inquiete.

Non erano caratteri quelli che il negromante aveva tracciato, con grande cura, su quel foglio. Soltanto una serie sterminata di piccoli segni incomprensibili. Avrebbero potuto essere quelli di una lingua sconosciuta, sanscrito o altro, chissà. Ma non c’era proprio nulla da leggere.

E tutto quello che avevano appena ascoltato e che erano ansiose di ripassare? Guardarono ancora, ma non c’era niente di comprensibile da cui tirar fuori una sola parola. Allora intuirono che avrebbero potuto architettare solo un dialogo con se stesse, confrontando gli acquisti in quel mercatino così ricco di idee, nel quale quell’uomo misterioso le aveva guidate.

La bionda, sgomenta, si girò verso la piazza. L’uomo e i suoi due amici erano scomparsi. E loro non avevano alcuna speranza di chiedergli un documento, vero, del suo fascinoso discorso.

Ognuna delle amiche fissava quelle righe ordinate e indecifrabili, e faceva sforzi per riportare alla memoria le parole dell’indovino.

La bruna tentò di disinteressarsi da quei segni assurdi. Tentò la solita arma del distacco. Ma si accorse, stranamente, di non disporre più di alcuna delle sue solite risorse. La sua mente tornava, giocoforza, a quel turbine di riflessioni che l’uomo le aveva suscitato.

Le ragazze guardarono ancora, ma senza speranza, sul foglio. Non riuscivano proprio a leggerci nulla. Ognuna poteva solo immaginare che quei segni si trasfigurassero in caratteri, finalmente comprensibili. In parole stupende da gustare a fondo, e che risvegliassero pensieri da troppo tempo sopiti, o costretti a forza, in fondo all’anima.

Guardavano quelle righe regolari, e sottili e apparentemente senza senso. E insieme, senza confidarselo, si resero conto che non c’era proprio nulla da leggere. Né mai ci sarebbe stato. Ognuna avrebbe potuto trovare in quei segni qualunque cosa avesse desiderato. Immaginare l’universo, o soltanto un piccolo angolo di mondo. O un amore che sembrava dimenticato, o un affetto divenuto fievole e ora semplice da ravvivare.

Che foglio magico, pensarono. Un’infinita ricchezza di segreti.

Forse, finalmente, avevano capito. Ma nessuna delle due lo confidò mai all’altra.

Tacitamente divisero il foglio a metà e ne custodirono ognuna la sua parte, nell’anfratto più protetto delle loro borse. Poi, ripresero velocemente la via verso casa. Ognuna ansiosa di restare da sola. Per tornare a leggere.

 

Roma, luglio 1996

 

Gamy Moore
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