Preparazione al futuro


di Enzo Buscemi

Compleanni

In casa, il 26 giugno, due compleanni.

Più importante quello di Makus. Il mio adorato gatto, ha compiuto nove anni. Qualche giorno prima, mi aveva fatto morire di paura.

Stava male. Difficilissima la ricerca di un medico che lo visitasse a casa. Il piccolo, rifiuta di entrare nel trasportino. Oltre ventiquattr’ore di atroce, comune, sofferenza. Poi, ha accettato il trasferimento. Lo tormentavano un dente e un ascesso alle gengive. Il massimo dell’ironia: si trattava di un ‘canino’, che si è autoeliminato, davanti al veterinario. Finita la sofferenza per il micetto, io son tornato a vivere.

 

Il consuntivo

Dicevo della ricorrenza. Diverso, con Makus, soltanto il numero degli anni. Ma, all’avvicendarsi del futuro che, in realtà, comincia sempre da subito, è complementare un consuntivo del passato.

Nient’altro che una storia. Come quella di ognuno.

Una sintesi di notizie. Utili, quando non ci sarò più, a chiunque, dei miei conoscenti più giovani, avesse necessità di documentarsi su ricordi comuni.

 

L’inizio

Tanti anni fa. Nel profondo sud, in un paese di origini normanne.

Alle sei del pomeriggio, di un sabato di giugno. L’evento. Da una coppia poco più che ventenne.

Complesso il parto, per un maschietto di quattro chili e mezzo, occhi azzurri, capelli biondi, e già lunghi.

Particolari appresi, ovviamente, molto più tardi.

E poi… Infanzia felice, come la gioventù. 

Profusione di letture e ottimi docenti, per una favorevole routine scolastica.

A condirla, passioni variegate. Dai libri, ai giornali, alla musica, ai motori. Passando per pochissime, ma grandi, amicizie e, i primi, indimenticabili, amori.

 

L’occasione

Il profilo del futuro, dapprincipio, si polarizzò su qualcosa di molto simile a una chimera.

Complice l’ospitalità, decisamente insperata, di un antico, quanto nobile, quotidiano locale (col quale, in seguito, da Milano e da Roma avrei stabilmente collaborato).

Mi capitò, nei giorni dell’ennesima, brutale invasione sovietica, in casa degli ungheresi. Ne morirono a centinaia, nella disperata e impossibile, trattativa di libertà.

Contemporanea a quel dramma, l’occasione, ‘grande’, per un giovanissimo.

‘La mia firma’, in fondo a un lungo articolo di costume: taglio centrale, titolo su quattro colonne con, di spalla, una foto, su due.

Il seme, era andato a dimora. E germogliò.

 

La tradizione

La sequenza degli studi, maturò velocemente. Sull’onda di avventure incruente, e miriadi di aneddoti.

Uno per tutti, ironicamente clamoroso. Alle porte del debutto liceale.

Tradizione di famiglia, prevedeva che i primogeniti frequentassero il liceo a Napoli. All’Accademia militare della ‘Nunziatella’.

L’ultima testimonianza, da decenni, era custodita in guardaroba. Un’elegantissima divisa, con bottoni dorati e relativo chepì. Era stata del fratello di mamma, e la indossavo nelle serate carnescialesche.

Ora, si profilava un temutissimo spauracchio:

“Una nuova divisa su misura”. Per me.

Da quasi sedici anni, ancora “Il primogenito”.

 

La dimenticanza

Papà mi consegnò la busta con la domanda d’ammissione.

Dovevo spedirla per raccomandata. Terrorizzato, decisi una strategia d’emergenza.

Il plico assassino rimase, a lungo, nascosto in camera mia.

‘Raccomandato’ partì, ugualmente, per Napoli. Ma, due giorni dopo la scadenza del termine d’iscrizione.

 

Che peccato

Il succo della risposta da Napoli: “Domanda respinta per spedizione oltre data legalmente fissata”, causò la sincera delusione di mio padre.

Assolutamente fiducioso della mia solita correttezza (giuro, fu l’unica volta in cui la delusi), Papà, suo malgrado, fu indotto ad attribuire l’accaduto alle Poste.

“Che peccato” , la mia ipocrita affermazione. Dissimulata, invece, la felicità per lo scampato pericolo.

Nei cinema, era arrivato Rock Around the Clock, con Bill Haley. L’Italia impazzì. Io no. Continuavo a preferire Blowing Wild, di Frankie Laine.

 

Il mestiere

Gli inizi del ‘mestiere’ erano tacitamente decisi. Ma dovevo prepararmi. Mi accodai al cronista di ‘nera’ di un quotidiano, e imparai a scavalcare cadaveri. Senza svenire.

Sfrondavo dai barocchismi la mia prosa scolastica, e tentavo di assimilare quella dei grandi autori moderni.

Studiai la costruzione di Verga, la fantasia di Pirandello, l’estrema sintesi di Sciascia, la delicatezza di Capuana. E, a patto che i traduttori non lo adulterassero, lo stile scorrevolissimo dei maestri stranieri.

Da Hemingway a Capote a Steinbeck, maestro dei periodi brevissimi. Non snobbavo, nemmeno, i giallisti famosi. Da Edgar Wallace, Rex Stout, Ellery Queen, Peter Cheyney ai mitici Agatha Christie e George Simenon. E, in più, divoravo Selezione dal Reader’s Digest. Il top della sintesi. E, rilassandomi, imparavo.

 

La firma al ‘nord’

Riuscii a conquistare la corrispondenza, esclusiva dall’isola, per i due rotocalchi del nord, specializzati nel nascente kartismo.

Con i compensi di lavoretti saltuari ma, soprattutto, con quelli, più corposi, da ‘sfacciato’ presentatore nelle discoteche, e in qualche sagra di paese, comprai un Kart. Un Garelli 100. Rapidamente sostituito, da un cattivissimo bimotore 200.

La combinazione era meravigliosa: studiavo, gareggiavo, e i miei pezzi uscivano su due riviste. Firmati.

Fotografo ufficiale delle mie gare, Leopoldo, mio meraviglioso amico, affettuosissimo. Per questo, ahimè, sul campo, non scattò mai una foto. Impegnato a incitarmi, lasciava, inoperosa, la Nikon nella custodia.

Quando capitava, con lui e altri compagni, già dai tempi del liceo, ci immaginammo “mini complesso vocale”.

Esecuzione onnipresente: In un vecchio palco della Scala, il nostalgico brano dei Cetra.

 

La partenza

Finalmente, il giorno delle ‘decisioni irrevocabili’.

Valigia, griffata di cuoio grasso, e cuccetta di prima classe. Ne avevo acquistato il biglietto convertendo il generoso contributo, offertomi da Papà, per un’esclusiva cabina in vagone letto. Quindi, ne incassai l’entusiasmante avanzo.

 

La meta

“A Milano, quando c’è la nebbia non si vede”, la celebre ‘constatazione’ del grande Totò.

E, quel mattino, all’arrivo del direttissimo dal sud, la scena sembrava ovattata dai fumogeni di un assalto dei marines.

Immediata, l’incredula curiosità. Poi, la sensazione, terribile, quanto gravosa.

Mai visto niente di simile. E il dubbio:

“Sarà sempre così?”

Per fortuna non sbarcavo nel nulla. La cortesia di un avvocato, conosciuto in vacanza, mi aveva indirizzato a una pensione. Ci rimasi solo qualche giorno, e mi trasferii in un’altra.

Posizione invidiabile. Finestra sul piazzale di Porta Romana, quello dove:

“ci son le ragazzine che te la danno”, ne avrebbe cantato Giorgio Gaber.

 

La ricerca

Urgente trovare lavoro. Ma, ‘da giornalista’, era pretesa impossibile.

Seppure l’antica speranza suggerisse che c’è sempre un inizio, la prima necessità, era sopravvivere.

Problematico, con tasche semivuote, e l’indomabile orgoglio, che proibiva di chiedere contributi da casa.

 

Lo specchio

Un mattino, l’abituale, mesto, riflesso in uno specchio, evidenziò una risorsa naturale.

Ma certo! ‘L’aspetto’.

Erano gli anni del boom. Gli ‘strilli’ e le immagini promozionali si inseguivano. In faticosa concorrenza ai potentissimi Caroselli, in TV.

Il gestore della pensione accettò di fotografarmi.

Dai provini (tranquilli, so che si chiamano ‘contatti’), scelsi alcune inquadrature e, sostituendo con panini (molto, poco, imbottiti) altrettanti pasti in modeste trattorie, ordinai una piccola serie di stampe 18×24. Lo standard d’ordinanza, per il ‘Book’ da aspirante modello.

Da furbo del sud, anziché affidarmi a una sola agenzia pubblicitaria, mi ero proposto a tre. Funzionò. La chiamata arrivò. Solo due giorni dopo.

 

E adesso, spogliati

Sapevo di soffrire di timidezza. Ma non di esserne vittima. Me ne accorsi alla prima ‘seduta’.

‘Interno giorno’, studio fotografico, con annessa sala per sfilate, in pasto a una troupe di esagitati.

“Stranieri”. Non parlavano italiano. Solo dialetto meneghino. A ingentilire l’atmosfera, in sottofondo, Alain Barriere, con Vivrò.

“Ehi bello, da questa parte” mi intimò una ragazza. Carina, certo, ma dai modi, sgradevolmente, mascolini.

Passò subito all’azione, presentandomi a una fila di attaccapanni su rotelle.

Ognuno, reggeva una decina di abiti, di una marca famosa.

“Uno e 85, circa, magro, che taglia vesti? Ah, certo, 48 o 50 ultra snelle? Ma tanto c’è la sarta. D’accordo?” Mi aveva, immediatamente, valutato.

“Se lo dice Lei. Proviamo”.

“Cominciamo col primo abito. Sbrigati ragazzo. Se hai problemi, trovati un riparo. Ma è meglio che ti cambi qui”.

Oddio che faccio? Ma sì. Che mi frega. Ho biancheria pulita e belle gambe (me lo dicono tutte), lo faccio qui.

Mi venne in mente come l’inizio di ogni spogliarello (inderogabile, in camera da letto), debba partire dalla camicia. Poi, in sequenza, via le scarpe in modo da sfilare, subito, i calzini.

Anche se rigorosamente lunghi, senza lo schermo dei pantaloni, sono visione umiliante.

 

Rosso vergogna

Protetto solo dai boxer, avvampai. Fino alle orecchie. Implacabile, l’addetta alla vestizione, continuava a valutarmi.

“Ma non è possibile. Arrossisci? Non mi pare il caso. Stasera ti spiegherò tutto. Verrai a cena, da me. Non credo che oserai dirmi di ‘no’. Su, prova quest’abito. Rimetti i calzini che si gela, e scegli le scarpe, del colore giusto. Quanto calzi?”

“Quarantatré e mezzo ma, per pochi passi, andrà bene anche il 44”.

Lei, comandava ma, senza interrompere l’esplorazione: “prendi questa, dovrebbe andar bene”, e mi passò una camicia, ancora incartata. Eliminai gli spilli, e la indossai.

Misure di colletto e maniche, perfette.

Fu la volta del vestito. Mi affascinò con un ‘Principe di Galles’. Monopetto, due bottoni, aderente sui fianchi, lunghissimi spacchi laterali. Incredibile, la tipa aveva, di nuovo, azzeccato la taglia.

Scelsi una cravatta, dalla montagna sciorinata su un tavolo lì accanto, e mi avvicinai a decine di scatole di scarpe, col logo di una nota griffe, impilate in tre o quattro colonne.

Rapido scandaglio, e preferenza per dei mocassini classici, personalizzati da una piccola frangia. Li calzai. Sembravano fatti per me. Anche quelli.

A fine giornata chiederò di acquistarli. Usati, non potranno restituirli. Li strapperò per poche lire, pensai.

 

Ma come si permette

“Sei proprio niente male. Stasera ti ‘collaudo’”, ironizzò la costumista. Scandalosamente certa del suo dominio.

Non arrossivo più. Mi stavano girando i cosiddetti. Mi trattenni a stento, dal mandarla a ‘quel paese’.

Ma come si permette. Calmo, aspetta che ti paghino, mi imposi. Poi vedremo.

“Okay. Ai capelli penseremo la prossima volta. Adesso vieni a fare le foto”, intimò la kapò, e mi precedette sul set.

Tirai un respiro profondo.

 

Il seguito

L’inizio, era andato bene.

La carriera da ‘modello’ andò avanti per qualche mese. Oltre alle foto, numerose le sfilate, riservate esclusivamente ai compratori.

Ottimi i compensi e poi, abiti in omaggio e ‘adorabili’ incontri.

Nei jukebox Quando quando quando, di Tony Renis, lottava con Ogni giorno di Paul Anka.

Continuavo, senza posa, la ricerca del lavoro sognato. Mi vennero i calli sulle nocche, a via di bussare alla porta dei giornali.

Mi liquidavano. Regolarmente. Senza pietà. Ma, una mattina: ‘Il miracolo’.

Il Direttore di un agguerrito quotidiano del pomeriggio, non potendomi offrire un ingaggio da ‘giornalista’, mi prese come correttore di bozze. Mansione di grande responsabilità e, preziosissima, per imparare.

Poi, il secondo miracolo.

Il Direttore del rotocalco più agognato (che, timoroso dell’ennesima delusione, avevo lasciato per ultimo) mi ricevette.

Personaggio già famoso nel mondo delle corse e, di romanesca, rassicurante cordialità, mi assegnò un tema. Subito, mi apparve banale. Nascondeva una trappola. Era evidente.

Ne azzeccai la soluzione, scrissi un buon pezzo e sedetti a una ‘scrivania di prima classe’.

Col primo stipendio, insieme a una famosa mannequin, ereditata dalla precedente attività modaiola, mi concessi due poltrone all’Odeon. Per la ‘prima’ de Il giorno della civetta di Sciascia, uno degli scrittori che ho più amato. Il grande Turi Ferro, nel ruolo di un capomafia, apparve nell’ultima scena, dell’ultimo atto, e ne divenne protagonista assoluto.

 

Il boom

In quell’inverno, erano arrivate in Italia, le musiche di West Side Story, rivisitazione in chiave moderna della shakespeariana Giulietta e Romeo, di Leonard Bernstein. Tonight e Maria, i due brani più ascoltati, specie nell’edizione dei pianoforti di Ferrante & Teicher. Nel Paese, si annunciavano grandi cambiamenti. Di riflesso, lo furono anche nel mio lavoro. E allora?

Oggi, dopo oltre sessant’anni, normalmente costellati di alti e bassi, la passione per il ‘mestiere’, è ancora intatta.

Per il giovanissimo, del profondo sud, già ‘Allora’, l’attesa del futuro, galoppava.

Diventando, da subito, ‘il passato’.

“Un attimo che muore e un altro che sorge”. La, secca, similitudine di Borges.

Si può, sempre, raccontare di quello che avviene. Ma, solo, dopo.

Nient’altro che una, costante, inevitabile attesa.

Magari, ne scriverò ancora. Se mi sarà concesso.

Dal ‘futuro’. S’intende.


 

Gamy Moore
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