di Francesco Grano

 

Moonlight

 

Moonlight: un racconto di formazione (e di crescita) nello smarrimento della propria esistenza

 

Questa è la storia di Chiron scandita attraverso tre fasi esistenziali: l’infanzia segnata dai soprusi dei suoi coetanei, dal difficile rapporto con la madre tossicomane Paula (Naomie Harris) e dalla conoscenza di Juan (Mahershala Ali), uno spacciatore che si prende cura di lui e gli insegna a difendersi e sopravvivere. L’adolescenza, in cui Chiron scopre la sua natura omosessuale e l’amore per l’amico Kevin, diventando vittima dell’ottusità e della violenza del bullismo. Infine l’età adulta in cui, diventato anch’egli un rispettato e temuto spacciatore, cerca di ricucire il rapporto con la problematica madre non riuscendo, tuttavia, a dimenticare le sofferenze vissute che lo hanno segnato nel profondo dell’anima.

 

Moonlight

 

Dopo aver diretto Medicine for Melancholy (2008) Barry Jenkins torna dietro la macchina da presa firmando Moonlight (id., 2016), adattamento dell’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney. Opus numero due del regista statunitense, Moonlight è uno di quei film senza fronzoli, che mira ad un obiettivo sicuro riuscendo, così, a codificare ed a incanalare il suo contenuto in un unico messaggio che va dritto allo spettatore. Jenkins fa sua la stessa struttura narrativa che sta alla base del Boyhood (id., 2014) di Richard Linklater, ovvero quella suddivisione in blocchi narrativi che qui, come nel penultimo lavoro di Linklater, corrispondono alle tre fasi esistenziali (infanzia, adolescenza, età adulta) di ogni singolo individuo. Se è giusto paragonare a livello di struttura filmica Moonlight con Boyhood, è anche equo asserire che le similitudini cinematografiche terminano qui giacché Moonlight è un racconto di formazione (e di crescita) nello smarrimento della propria esistenza, in quel caos più totale in cui il turbinio identitario non ha ancora stabilito le fondamenta per formare il proprio essere.

Senza ricorrere a morbosità di alcun tipo il regista affronta con delicatezza ma – parimenti – in maniera cruda il delicato tema dell’omosessualità; un argomento, questo, già portato in passato sul grande schermo ma che con Moonlight viene proposto sotto una luce nuova. Qui non ci sono personaggi wasp agiati oppure facce comuni che riescono a vivere nel più totale anonimato. In Moonlight a fare da padrone sono le ambientazioni dei sobborghi di Miami, di quei ghetti lontani dal glamour e dal lusso bensì corrosi dalla povertà, dal crimine e dalla violenza, in cui ancora le persone di colore si chiamano tra di loro negri in modo scherzoso ma, a volte, anche dispregiativo. È una lotta alla sopravvivenza quella che prende le mosse in Moonlight; una sfida che, contemporaneamente, si trasforma nella ricerca e nell’affermazione del proprio essere e nella conquista del personale posto nel mondo. Una ricerca impossibile da attuare senza una solida figura paterna di riferimento, qui rappresentata dallo spacciatore dal cuore buono Juan, che forgia l’infanzia di Chiron permettendogli di entrare nella complicata e difficile adolescenza senza tuttavia impedirgli, una volta varcata la soglia dell’età adulta, di seguire le strade del crimine, pur di dimostrare di essere forte.

Nonostante Moonlight sia la messa in scena della conoscenza della cultura di colore e dell’assimilazione di tanto cinema di Spike Lee, Jenkins non nasconde, anzi, pone perfettamente l’attenzione sull’origine bicefala di Moonlight: da una parte sfoggio critico del maschilismo gangsta, di quella cultura testosteroidea volta ad affermare il suo stesso credo (quello dell’uomo etero, virile e senza paure alcune) che riesce a riconoscersi solo negli atti di prevaricazione e di ingiustizia sulla pelle altrui; dall’altra quella di giusto e imprescindibile j’accuse, di pamphlet contro l’ignoranza, l’omofobia e la paura del diverso da sé che, purtroppo, ancora oggi sono all’ordine del giorno in una società che invece di progredire regredisce, (ri)chiudendosi su se stessa e sul suo bigottismo plasmato dai pregiudizi. Toccante ma non lacrimoso né banale Moonlight è un azzeccato esempio di quel cinema di impegno civile, il cui dovere è quello di consegnare allo spettatore film che riescano a far riflettere su quelle chiusure mentali che, spesso, impediscono di andare oltre la punta del proprio naso.

 

Gamy Moore
Follow me

Gamy Moore

Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
Gamy Moore
Follow me

Latest posts by Gamy Moore (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.