di Elisa Scaringi

 

Una questione privata

 

La letteratura italiana del secondo dopoguerra è oramai roba da museo, invecchiata improvvisamente con l’inizio della rivoluzione tecnologica. Non è un caso che dalla fine degli anni Settanta si parli già di letteratura post-moderna, privata con questo termine di tutto il potere intellettuale di cui godeva un tempo.

A guardare, ad esempio, Una questione privata dei fratelli Taviani si potrebbe rischiare la noia se non si comprendesse il valore di un testo come quello di Beppe Fenoglio, che, attraverso una trama apparentemente semplice, sa rendere tutta la forza morale di un’epoca nella quale non mancava sicuramente la capacità di saper rileggere il passato per analizzarne il presente. La scenografia delle Langhe molto suggestiva e uno stile cinematografico discreto fanno del film, da poco uscito nelle sale, un ottimo esempio di quello che è stata un tempo la nostra letteratura, e di conseguenza il nostro cinema.

Sebbene manchino montaggio serrato, intreccio adrenalinico e dialoghi incalzanti, la regia dei fratelli Taviani (in questo caso particolare di Paolo) sa adeguarsi con perfetta aderenza alla storia scritta da Beppe Fenoglio: un pensiero d’amore tradito alla ricerca della verità. Un partigiano (Milton) che percorre le montagne, teatro della guerra, non per uccidere i nemici fascisti, ma per inseguire l’amico prigioniero (Giorgio) e trovare pace ai ricordi di unfotogramma film Taviani sentimento ancora vivo (Fulvia).

Una questione privata non è, dunque, un war movie, perché la guerra, sebbene sia presentissima, viene lasciata in disparte, come contesto a una storia altra, nella quale il partigiano è intimamente legato alla natura che lo circonda e ai ricordi che questa suscita: una questione privata che lo spinge a dimenticare la durezza di quanto vive per conoscere la verità dei sentimenti vissuti. Come nel teatro, dove lo spazio è limitato e immaginario, e i personaggi sono vivissimi nella loro interpretazione della storia narrata. Una letterarietà che sa trasformare delle apparenti cadute di noia, all’interno del film, in uno stile teatrale capace di sviscerare, con poche parole e molti sguardi silenti, ciò che si nasconde dietro l’amore umano.

 

 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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