di Margherita Merone

 

M. Recalcati

 

In questi giorni ho finito di leggere un libro molto interessante di Massimo Recalcati, psicanalista contemporaneo, che tratta della figura materna, vista nel nostro tempo, dispiegando il tema da più punti di vista e focalizzando l’attenzione, in particolare, sulle mani, sul seno e sul volto. L’autore si pone una serie di domande, ma la prima da cui parte nasce dalla considerazione che nel mondo contemporaneo l’immagine della madre è cambiata rispetto al passato. Perché ci sia una fecondazione, infatti, non è più necessario un rapporto sessuale e il sesso dei genitori non deve corrispondere necessariamente all’eterosessualità, non c’è la figura di padre e madre come differenziazione e il desiderio di diventare madre si emancipa, va oltre il riferimento immediato di essere genitrice. Dunque, alla fine, cosa resta della madre?

Le mani non sono che il primo volto della madre, sono importanti, forti, non abbandonano il piccolo, sempre pronte ad afferrarlo se cade, ad abbracciarlo per dargli amore, presenti in ogni circostanza; e il bambino lo avverte chiaramente. Esse sono già un primo linguaggio che la mamma stabilisce col figlio. Sono le mani di una madre che danno forza, che toccano il proprio figlio che non è comparabile con nessun altro bambino; questi è un’esistenza unica, che non ha alcuna analogia di sé in alcun luogo, una nuova vita entrata nel mondo e pronta a viverlo.  

Il secondo riferimento è il seno, generalmente rappresentazione classica della maternità. Ad esso si associa non solamente il bisogno di cure del bambino, l’allattamento – il seno soddisfa il bisogno più elementare, quello della fame e della sete – ma è segno della costante presenza della madre, del suo amore. Il piccolo nato vuole sentire la presenza dell’altro, il suo desiderio è di essere amato, coccolato. Spesso, infatti, il bambino dopo aver smesso si succhiare il latte resta appoggiato al seno, a volte gioca col capezzolo, lo morde per attirare maggiormente l’attenzione. Quel contatto è necessario per la sua serenità: soddisfatto il bisogno vitale, vuole sentirsi desiderato, riconosciuto. Nei primi mesi il figlio è totalmente dipendente dal seno della madre al punto di percepirlo, come sosteneva lo psicanalista Sigmund Freud, come una parte del suo stesso corpo.

Il terzo tratto importante è il volto. L’autore spiega che nel passato il volto del mondo – la sua prima apparizione e la successiva esplorazione – aveva il volto della madre e noi stessi ci guardavamo attraverso lo sguardo della figura materna. Il volto di una mamma non è qualcosa di limitato, è immenso, in esso il bambino vede il mondo: glielo apre o glielo chiude. Se il figlio vede sul volto della madre l’angoscia, la paura, l’ansia, queste si trasferiscono al figlio, che in questo modo avrà grande difficoltà a relazionarsi con il mondo, le persone e crescerà con questi stati d’animo. Se, invece, il volto dellaKlimt madre è sorridente, sereno, tranquillo, rassicurante, il figlio vedrà tutte le cose con quello sguardo e sarà curioso di scoprire il mondo che lo circonda con coraggio e senza timore. Il bambino attraverso la madre sente il desiderio o meno di scoprire ciò che la realtà è; se il desiderio nella madre è forte lo sarà anche nel figlio, altrimenti accade il contrario. Lo psicanalista sottolinea che è grazie al volto della madre che un figlio può vedere il proprio volto come in uno specchio e riconoscere, così, la propria identità. L’incontro con lo sguardo della madre crea nel figlio la sua immagine e l’amabilità della stessa; il volto di una madre permette di vederci per come siamo, è percezione e riflesso di noi stessi.

Mi viene spontaneo pensare allo sguardo di Maria verso il figlio; non è difficile immaginare l’amore, la bellezza e la serenità che può avergli trasmesso. In Lei, madre umana del Figlio di Dio, la maternità vissuta nell’assoluta immanenza ha custodito, protetto, la presenza di una assoluta trascendenza, in quanto, come sostiene l’autore, Maria è il modello unico e più puro del mistero della maternità. Ha contenuto nel suo piccolo grembo di donna il mistero di una sproporzione, di una dismisura, quell’evento unico e irripetibile che non si potrà spiegare mai pienamente, l’entrata nel mondo dell’infinito, dell’assoluto, di Dio, del Figlio di Dio.

Tutte le donne che sono diventate mamme conoscono il mistero di quell’immanenza assoluta che è rivelatrice di un’assoluta trascendenza, sentono infatti per nove mesi nel loro ventre qualcuno che vi abita, che si nutre del loro sangue, galleggia nel liquido del loro corpo; lo sentono muoversi e quasi parlare, ma è comunque un essere che ancora non conoscono, è altro da loro, unico, irripetibile, prezioso. Nascendo, non è più nel corpo che lo ha nutrito e protetto, ma comincia la sua vita fino a diventare indipendente, un’altra vita.

Di quando ero piccola mi sono rimasti alcuni ricordi, uno in particolare non mi ha mai abbandonato. Quando mi stringevo a mia madre perché volevo sentire il suo amore, ascoltavo il battito del suo cuore; le sue mani mi accarezzavano il viso, mi davano sicurezza, calore, avevo come l’impressione che volesse scrivere sul mio corpo la sua storia o forse la mia. Mi perdevo nei suoi occhi verdi, meravigliosi, intensi, che mi sorridevano e mi aprivano alla vita.

 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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