di Margherita Merone

 

Gesù

 

La storia di Gesù di Nazareth è da una parte simile a quella di altri uomini nati in Palestina, dall’altra è unica e irripetibile. È un evento storico che si è svolto in un tempo e in un luogo determinato, tra varie difficoltà, fraintendimenti, pericoli, condizionamenti dati dal contesto in cui è vissuto. La sua storia scorre dalla nascita, all’infanzia a Nazareth, trascorsa a tratti serena insieme a tutti gli altri bambini, a tratti agitata da avvenimenti contingenti. Essa attraversa un periodo in cui Gesù è stato presente comunque – nel silenzio dei vangeli – durante il quale cresceva, lavorava, faceva esperienza, pregava, si confrontava con i suoi coetanei, fino al giorno del battesimo in età adulta che gli ha aperto la strada per la vita pubblica. Inizia la missione affidatagli dal Padre, nell’annuncio del Regno e della salvezza per tutti gli uomini, alternando giorni di entusiasmo – con la folla che lo segue e lo acclama – a giorni pervasi di quella drammaticità e delusione che è autenticamente umana. Continua la sua esistenza a contatto con la gente che lo ascolta e lo segue, ma c’è anche chi lo rifiuta e disprezza e altri ancora che all’inizio lo hanno seguito, poi col tempo lo hanno abbandonato. Anche Egli ha vissuto la solitudine, la tristezza, la paura della morte al Getsemani, nell’obbedienza totale al Padre, fino alla morte sulla croce.

La storia di Gesù, vero Dio e vero uomo, ha suscitato fin dal suo esserci il rifiuto del suo messaggio, o l’appello alla decisione di mettersi alla sua sequela, di amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la forza, vivendo nell’ottica dell’amore assoluto, del dono incondizionato, del comandamento nuovo che Cristo ci ha lasciato, che consiste nell’amarci gli uni gli altri.

Gesù, figlio di Maria e del falegname Giuseppe è il Figlio di Dio che, spogliandosi della sua divinità, si è incarnato, si è assimilato agli uomini, è diventato realmente un uomo ed è proprio considerando questa sua umanità che è sorta col tempo, in campo cristologico, la questione sulla sua scienza e sulla sua (auto)coscienza. La cristologia tradizionale risponde avvalendosi di uno schema discendente, sostenendo che dal momento che Dio si è fatto uomo, quest’uomo non può che avere tutte le perfezioni, come conseguenza dell’unione ipostatica. In teologia con “unione ipostatica” – dal greco ὑπόστασις (hypóstasis, composto da hypo, «sotto», e stasis, «stare», pertanto, sostanza o essere sussistente), termine usato per esprimere l’essere personale di Padre, Figlio e Spirito Santo – s’intende l’unione della divinità e dell’umanità di Cristo in una ipostasi, intesa come persona.

Nel corso della storia questo “principio di perfezione” – che presenta un Gesù onnisciente, che non ha nulla da imparare e quasi senza sentimenti, in aperto contrasto con quanto invece viene affermato nel vangelo di Luca, nel quale Gesù è presentato come colui che cresce davanti a Dio e agli uomini, non solo in età e grazia, ma anche in sapienza (Lc 2,52) – è stato criticato o gli si è attribuita una diversa interpretazione. È necessario per affrontare tale questione riflettere sull’incarnazione pensando a Gesù nella sua reale condizione umana, utilizzando le istanze moderne della filosofia e delle scienze psicologiche, per arrivare a delineare, per quanto possibile, la persona di Cristo nell’ordine della sua conoscenza e psicologia. Una tradizione teologica parla di scienza di visione beatifica, che hanno i beati in cielo, grazie alla quale Gesù ha una visione perfetta e immediata di Dio; di scienza infusa, data come dono dall’alto, non derivata dall’esperienza, quindi concettuale, e di scienza sperimentale, acquisita dall’esperienza, concreta e progressiva. Che peso dare a tutti questi dati? Cosa va considerato e cosa evitato? Gesù aveva coscienza di essere il Figlio di Dio, di avere una missione da compiere, una “coscienzaGesù messianica”, e coscienza della sua morte? Alla luce delle interpretazioni di vari teologi ed esaminando i testi evangelici in cui si manifesta un limite e una crescita nell’esperienza, nella conoscenza e un autentico apprendimento umano, così come quelli che evidenziano una conoscenza superiore, un rapporto unico e speciale con il Padre, diciamo che il Figlio di Dio prende umanamente coscienza di sé: Gesù aveva una coscienza umana e l’io divino. Tuttavia la questione relativa alla coscienza di Gesù resta da approfondire.

Possiamo affermare che la vicenda di Gesù è stata totalmente umana, a partire dal suo rapporto con la madre Maria e il padre Giuseppe, con i suoi compagni di giochi, con gli uomini e le donne che ha frequentato nella quotidianità e nello studio della Scrittura, progredendo nella conoscenza e verso una più definita e chiara autocoscienza. Non si deve scindere da ciò la sua conoscenza di Dio, l’esperienza profonda, intima, dialogica, con il Padre nella preghiera. È un Padre che Egli chiama “abbà”, papà, voce della sua coscienza che esprime la spontaneità e l’immediatezza di questo rapporto, fatto di confidenza e sottomissione, nella totale obbedienza, testimonianza di quell’amore infinito da parte di colui che è stato generato nell’amore dal Padre.

A tutt’oggi, la Commissione Teologica Internazionale, nel documento del 1985, La coscienza che Gesù aveva di se stesso e della sua missione – affermando chiaramente quanto la questione non sia stata ancora ben definita e necessiti di maggiore approfondimento – ribadisce l’autocoscienza di Gesù in quattro affermazioni: l’autocoscienza filiale, per cui Gesù aveva coscienza di essere Figlio di Dio e quindi di essere Dio; l’autocoscienza messianica, in quanto Gesù conosceva lo scopo della sua missione; la sua volontà di fondare la chiesa; il suo amore per gli uomini che si concretizza nella donazione di sé fino alla morte.

Tenendo conto dei dibattiti contemporanei, mai scevri di contestazioni, critiche accese e diverse interpretazioni, mi sono proposta l’obiettivo di definire in sintesi il tema in questione, per quanto sia possibile, con chiarezza e obiettività.

Alla base di ogni discussione sulla questione della coscienza umana e (auto)coscienza di Gesù vi è, quale presupposto sottinteso, la definizione della formula dogmatica del Concilio di Calcedonia (451): Gesù Cristo è una persona (hypostasis) in due nature, umana e divina, senza confusione, né mutamento, senza divisione né separazione, vero Dio e vero uomo, consustanziale al Padre per la divinità e consustanziale a noi per l’umanità, tranne nel peccato. Si specifica, pertanto, la piena consistenza dell’umanità di Gesù – che ha un corpo e un’anima – la sua esistenza divina e umana, per quella che viene chiamata «communicatio idiomatum», intesa quale comunicazione delle proprietà. Si tratta dello scambio tra le due nature senza che alcuna di esse perda la propria integrità; in sintesi, ogni natura fa ciò che le è proprio in comunione con l’altra. Il Verbo fa suo ciò che è umano e partecipa alla carne ciòGesù sorridente che è divino. Cristo è un unico soggetto reale sussistente, una sola persona che agisce come Dio e come uomo. Nel Concilio di Costantinopoli II (553), è Leonzio di Bisanzio a chiarire ulteriormente la definizione di Calcedonia con la dottrina dell’enipostasi, sostenendo che la natura umana non è ipostatica perché non ha un’ipostasi propria, né an-ipostatica, ossia priva di ipostasi, ma è enipostatica, ossia dentro la persona di Cristo. Successivamente, Leonzio di Gerusalemme afferma che la persona di Cristo è il Logos, il Verbo di Dio, colui che si è incarnato.

Anche se il testo di Calcedonia manca di una parte narrativa che mostri la storia di Gesù – sostenendo piuttosto una speculazione ontologica e soffermandosi sulla sola visione metafisica della sua persona – si parte da questa staticità di pensiero, riferita unicamente all’unità della persona in due nature, per allargare la riflessione su ciò che risulta essere in difetto: la coscienza dell’identità filiale dell’uomo Gesù nella sua esistenza storica. 

Ed è da questo punto che tenteremo nuovamente di ripartire, con un nuovo capitolo della storia di Gesù.

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
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