vesuvio

 

Dicono della città che “Napoli si ama e si odia, a seconda dei giorni, come di tutte le cose di cui ci si innamora”. Io invece non l’avevo mai amata nel tempo in cui ci ero vissuta mio malgrado. Ero fuggita dai vicoli di un luogo cui, nonostante il mio cognome, non sentivo in alcun modo di appartenere. Era il lontano ’94, un anno tristemente passato alla Storia. Per l’Italia e per la mia esistenza personale.

Lontana, vent’anni. Forse me l’ero inconsciamente imposto, forse no. Sapevo che non era la città ad aver causato la mia fuga… non potevo negare quanto fosse bella, nonostante io non vivessi in una zona chic come quelle che riluccicano sulle cartoline o in certi video patinati.

Dovevamo allontanarci, crescere ambedue, a distanza, per poi incrociarci finalmente guardandoci negli occhi. Eppure, nonostante i numerosi inviti degli amici, Napoli restava per me sempre un miraggio, ché ogni volta qualcosa andava storto.

 

È stata colpa, o merito, di uno spettacolo il ricondurmi sul luogo del delitto, e a dirla tutta di un delitto vero, neanche metaforico: “Millarcum”, storica ricostruzione delle ultime ore (16-17 ottobre 1590) dei due forse più noti amanti del napoletano, il cavaliere Fabrizio Carafa dei Duchi d’Andria e Maria d’Avalos, moglie – per lei in terze nozze – del celebre compositore Carlo Gesualdo, Principe rinomato di Venosa. Una vicenda tragicamente tinta di nero e rosso sangue, cui la cornice del tempo ha aggiunto qualche nota perfino gialla.

Storica rievocazione, abbiamo detto, ma fino a un certo punto. Quella che Ilio Stellato e Maurizio Merolla hanno portato in scena è la storia di un uomo che uccide non tanto per vendetta o per orgoglio ferito, ma per Amore, quello stesso che perdendosi per via lo aveva condotto a preferire la perdita totale dell’oggetto amato piuttosto che vederlo ancora e ancora crogiolarsi fra le braccia di un altro. Perché Gesualdo sapeva di aver perso il dominio del cuore di Maria fin dall’ingresso in campo di Fabrizio, un giovanotto aitante e dotato d’ogni grazia per i canoni dell’epoca. Tutti sapevano di maria e pugnalequell’Amore profondo sbocciato fra di loro, una passione impetuosa incurante di sacri vincoli o del dovuto riserbo. La città mormorava… Nobili e meno nobili bisbiglii si prendevano gioco di un casato fra i più noti e invidiati del Regno. Un sacrificio necessario, dunque, per sanare la ferita dell’orgoglio personale e riappropriarsi della – perduta – dignità sociale. Un sacrificio a cui le stesse vittime sapevano di non poter sottrarsi. E forse proprio questa consapevolezza spinse all’estremo quell’Amore, conducendoli a morire in una stanza da letto di Palazzo Sansevero.

 

Conoscevo questa trama a memoria per averla seguita, sia pur in modo indiretto, fin dalle prime prove dopo l’estate del 2012. Ero al corrente delle difficoltà che oggi più che mai, in tempi di crisi feroce, attraversa l’Arte quando propone contenuti antichi, seppure universali, fuori dagli spazi consueti, e ancor più in percorsi itineranti. Una scelta, quella della Compagnia del Teatro degli Eventi, a mio avviso coraggiosa e inedita che come ogni azione apripista non è mai scevra di incognite.

Due location straordinarie hanno fornito lo spazio scenico al debutto e alle numerose repliche ad esso seguite, spazi di cui Napoli può giustamente vantarsi: la Sala del Capitolo della Basilica di San Domenico Maggiore e quella del Lazzaretto, nell’ex Ospedale della Pace di Via dei Tribunali, luoghi noti alla cittadinanza e percorsi direi quasi obbligati per il turista che ambisca a visitare il centro storico e immergersi nel cuore pulsante della città.

Io però non ritornavo con l’intento del turista. Dall’incontro m’aspettavo qualcosa di speciale.

 

 

lunedì 30 dicembre 2013, ore 20.15

Ecco comincia a piovere, e sono sulle spine, per strada, in attesa di vedere comparire l’auto dei miei amici. Faremo tardi, lo so, e non ci faranno entrare. Tanti chilometri per nulla… Chissà perché si pensa sempre al peggio quando uno vorrebbe che fosse tutto magico, perfetto…

Invece siamo lì in orario, nonostante il traffico; miracolosamente c’è anche il posto per la macchina. Wow! Sempre a gufare, Paoletta! Me lo ripeto da me…

 

Percorsi a piedi i metri che mi separano dall’imponente edificio ove avrà luogo la rievocazione, prende a montarmi su un magone, non saprei come altro definirlo. Il cuore mi parte come un treno.

“È la vecchiaia, sicuro, te non sei più abituata alle emozioni.”

“Taci deficiente!” dico all’altra da me, la mia coscienza che ama come sempre dileggiarmi.

 

“Vorresti farmi credere che c’è qualcosa di strano in tutto ciò, qualche segreto innominabile dietro ‘sta pantomima?”

 

Non le rispondo nemmeno: che può capire lei… che ne sa di quelle date, di una notte d’ottobre che pure ha segnato la mia vita; e dei Carafa, i discendenti dei quali hanno incrociato il sangue con quello dei miei avi?

 

“Sei tutta scema. È solo suggestione.”

 

“Sì, Dev’essere così.”

 

E intanto, sistemati i nostri accrediti, ci ‘impediscono’ di entrare. Lassù si stanno preparando, rassicurano. Andranno in scena alle 21. Puntuali.

 

Parlo, ma non riesco a stare ferma, anzi quieta. Salgo qualche gradino dell’ampia scalinata illuminata da deboli fiammelle. E ridiscendo. La gente comincia a radunarsi a gruppi, in attesa del via libera. 
Ma quanto dura quest’attesa… Sembra davvero che il tempo non scorra più. Tutto è più lento.

Volgo lo sguardo in alto, poi in basso, poi per tutti i lati. Non sono mai stata in questo posto che invece io sento familiare.

 

Ed ecco che il turbine mi assale: l’androne, la cancellata, l’ampio cortile interno. Grandi finestre occhieggiano in quella oscurità che va bagnandosi di pioggia. Sono lacrime quelle che sento o immagino rincorrersi? E stille rosse quelle che sgorgano dai petti squarciati dalle lame?

È chiaro: come al solito mi sto facendo un film, e neanche dei migliori.

 

All’improvviso torno al presente, qualcuno ci fa strada e ci conduce al piano, davanti all’entrata della Sala.

letto

 
Quando si varca la soglia tutto l’intorno ti fa sentire piccino: maestosa si dispiega agli occhi l’ampia corsia del Lazzaretto, splendidamente affrescata. Al centro, fra i pochi arredi di una scenografia essenziale, troneggia il letto a baldacchino dove sbocciò e s’infranse il sogno dei due amanti. Il rosso freddo e livido di quei drappeggi sembra annunciarne tristemente la fine. L’atmosfera è ovattata e la penombra accresce il senso di inquietudine che man mano si avverte mentre la trama si snoda fra più lingue e dialetti per me almeno in parte oscuri. Ma non serve a distrarmi, la storia mi inchioda a prestare l’orecchio e l’ascolto a quelle voci, ai comandi, ai sospiri e alle urla che si susseguono fra immaginarie pareti. Un delirio privato destinato a consumarsi fino all’estremo sacrificio per saziare le bramosie di un “popolo” di benpensanti.
Altri tempi quelli… A ben guardare però neanche tanto. 

marco

 

Fa freddo. Ma non è tanto il freddo della sala ad incresparmi la pelle. Sono quei segni sui corpi, immaginarie punte di spade e di coltelli, le espressioni compiaciute o severe di sgherri e servitù, lo sgomento dipinto sul volto di chi ha compiuto una inutile, eppure inevitabile, strage.

E finisce tra applausi sentiti quel Delirio d’un amore antico che la Compagnia di Maurizio Merolla consegna agli spettatori. Il duca Fabrizio come per incanto può rialzarsi e mostrare il suo volto sorridente, e Maria d’Avalos sollevarsi intatta dal suo letto di morte. Almeno noi possiamo tributare a quegli amanti una sorte che nessuno avrebbe mai per loro ipotizzato. Al punto da strapparmi anche una lacrima.

 

Dietro le quinte, per così dire, l’atmosfera è di tutt’altro respiro. C’è aria di festa e lo spazio per risate e piacevoli commenti. Gli attori si rilassano e volentieri scambiano battute.

Sembra strano vederli ora in jeans, calati com’erano fino a pochi istanti prima in tutt’altre fogge. Il duca, un convincente Marco Cacciapuoti, nasconde sotto un moderno poncho il suo fisico statuario e sensuale, quello che aveva tanto intrigato Maria (Marcella Vitiello), la più bella dama di Napoli ai suoi tempi, mentre il regista e interprete di Gesualdo (Maurizio Merolla), ancora emozionato, avvisa gli astanti che seguiranno altre repliche.

Finalmente posso rilassarmi anch’io. Tutto è andato come da copione, son stati tutti bravi, e noi non potremmo essere davvero più felici e contenti.
Eppure…

gruppoCeniamo al Vomero, in compagnia d’ottimi amici, per poi tuffarci in un mini giro panoramico fra le bellezze della città, luoghi e immagini che si riaffacciano dalla memoria e ripercorro ora volentieri, quasi a voler farne incetta. Si è fatto tardi, ma mai come quel giorno il tempo sembra aver mutato i suoi consueti ritmi, scorrendo ora troppo vorticoso. Ora vorrei che ritornasse lento, forse perché sarò costretta a districarmi a forza dagli abbracci e da promesse di un possibile ritorno.

Saranno almeno le due quando la porta dell’hotel si chiude alle mie spalle, forse le tre quando distendo il mio corpo tra i guanciali. Non sono stanca, ma spero ugualmente di dormire. Mi rendo subito conto che sarà un’impresa.addobbi

I fantasmi dei personaggi riprendono a danzarmi intorno e ora ricordo anche i dettagli che ad altri paiono sfuggiti. Giro e mi rigiro in un letto immenso senza trovare pace; le palpebre a tratti si socchiudono ma gli occhi restano sbarrati. Il rosso spento dell’abat-jour resta a rischiarare la vorticosa oscurità della mia mente.

 

“Non è la mia, è la vostra Storia” mi vado ripetendo. “La mia… non so come finisce”.

Napoli mi viene allora incontro vestita a festa, m’aggrappo a questo pensiero luminoso e aspetto.

 

divisorio 

 

Sono le 4, e ancora non riesco ad incrociare il sonno… forse Morfeo vuole che indugi ancora un po’ in questo dolce marasma di emozioni e immagini.
Fra poche ore dovrò alzarmi e riprendere la via di casa. Stavolta so però che non sarà come vent’anni prima, perché qualcosa è ormai cambiato dentro di me. Non certo in una notte. Ma anche una sola notte d’Amore può cambiare una vita.

  

E mentre il vento mi agita i capelli facendo vacillare anche il bagaglio, stracarica di doni percorro il breve tratto che mi separa dai binari, mentre il sole tiepido di un mezzogiorno invernale mi concede il suo ultimo abbraccio.

 

So che tornerò, come si torna ad un Amore lungamente taciuto e infine ritrovato.
Anch’io ho potuto vivere il mio Delirio d’un Amore moderno.

Non so quanto immortale. Spero, a suo modo, “unico”.

 

 

PS
A lettura ultimata del presente articolo il mio alter ego ha immediatamente esclamato, fissandomi con aria di scherno: “Come lo intitolerai, La scellerata storia di Paoletta Diavolos?”.

 

Sgherri, “Uccidetela!”

 

 

nuova locandina

 

Prossime repliche:

 

Sala del Lazzaretto, ex Ospedale della Pace, via dei Tribunali 226, Napoli

 

31 gennaio 2014, ore 21
1 febbraio, ore 21
2 febbraio, ore 21

 

ORGANIZZAZIONE
MANI E VULCANI …per amare Napoli
via port’Alba 30 – 80134 Napoli
081.5643978 – 340.4230980
info@manievulcani.it – antonio.manievulcani@libero.it
www.manievulcani.it 

 

 

 

(Foto di Rossella Manna)

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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